Google ha annunciato mercoledì un piano di investimenti che ha fatto tremare Wall Street: fino a 185 miliardi di dollari in spese capitali per il 2026, oltre il 50% in più rispetto alle aspettative degli analisti ferme a 120 miliardi.
Il titolo Alphabet ha reagito con una perdita del 5% nelle prime contrattazioni di ieri, nonostante utili da record che hanno battuto le stime su tutta la linea.
E sì che l’utile netto del quarto trimestre è balzato del 30% a 34,5 miliardi di dollari, i ricavi annuali hanno superato per la prima volta i 400 miliardi, e sia il business pubblicitario che quello cloud hanno registrato crescite a due cifre.
Ma il mercato ha punito il titolo, rivelando un nervosismo crescente attorno alla sostenibilità della corsa agli armamenti nell’IA.
Quando un trilione di investimenti non basta
Il problema non è la qualità dei risultati di Google ma la scala degli impegni finanziari che l’intera industria sta assumendo. “Stiamo rapidamente arrivando a oltre un trilione di dollari in investimenti combinati 2026 tra i colossi della tecnologia”, ha osservato l’analista di Bernstein Mark Shmulik. “Perché quel trilione di investimenti abbia senso, il mercato dell’IA dovrà generare ricavi che siano multipli di quella cifra, e dovrà farlo in fretta”.
Wall Street ha cambiato metro di giudizio: non basta più annunciare spese miliardarie in data center e chip personalizzati, ora bisogna dimostrare che questi investimenti generano ricavi proporzionali.
Microsoft ha imparato la lezione nel modo più duro la scorsa settimana: con un piano da oltre 140 miliardi di dollari, il suo titolo è crollato perché gli investitori hanno percepito una dipendenza eccessiva da OpenAI.
Meta, al contrario, è salita pur prevedendo 135 miliardi di capex annuali, semplicemente perché ha saputo dimostrare che l’IA sta già migliorando l’efficacia pubblicitaria in modo misurabile.
I numeri che tengono a galla Google
Quello che distingue Google nella narrazione attuale è la capacità di mostrare ritorni concreti. Il business cloud è schizzato del 48% nel quarto trimestre a 17,7 miliardi di dollari, superando ampiamente le aspettative di 16,3 miliardi, mentre il numero di contratti superiori al miliardo di dollari firmati nel 2025 ha superato i tre anni precedenti messi insieme.
Sul fronte consumer, l’app Gemini ha raggiunto 750 milioni di utenti attivi mensili, 100 milioni in più rispetto al trimestre precedente. Resta indietro rispetto a ChatGPT, che secondo OpenAI conta oltre 850 milioni di utenti settimanali, ma la crescita è rapida e l’engagement per utente è aumentato dopo il lancio di Gemini 3.
Il vero colpo per gli scettici è arrivato dal core business pubblicitario: la ricerca ha generato 63,1 miliardi di ricavi nel trimestre, in crescita del 17% anno su anno, battendo le stime e dimostrando che i chatbot concorrenti non stanno cannibalizzando il modello tradizionale.
“Non abbiamo visto alcuna evidenza di cannibalizzazione”, ha dichiarato il CEO Sundar Pichai, spiegando che l’integrazione dell’IA nelle risposte di ricerca sta invece permettendo di servire pubblicità su query più lunghe e complesse, per cui gli inserzionisti sono disposti a pagare di più.
Il crollo del mito OpenAI
Dodici mesi fa, ogni accordo annunciato da OpenAI veniva accolto come una vittoria dell’innovazione. Oggi la narrativa si è capovolta: troppa esposizione verso OpenAI è diventata un rischio sistemico.
L’azienda di Sam Altman ha firmato una serie di accordi multimiliardari pur continuando a perdere denaro, e gli investitori cominciano a interrogarsi sulla sua capacità di onorare quegli impegni finanziari.
Le conseguenze si sono viste immediatamente sui titoli dei partner più esposti: Oracle, i cui contratti futuri da oltre 500 miliardi dipendono in larga parte da OpenAI, è crollato del 49% dall’inizio di ottobre. Microsoft, che detiene una partecipazione del 27% in OpenAI e la considera un cliente massiccio, ha perso oltre il 20% nello stesso periodo.
Alphabet, nel frattempo, è salita del 36%. “Gli accordi che OpenAI ha con Microsoft e Oracle sono altamente legati alla loro capacità di raccogliere fondi futuri”, ha spiegato Dan Morgan, portfolio manager presso Synovus Trust. “Penso che sia per questo che si sta vedendo la strada favorire Alphabet.”
La nuova geografia del potere tecnologico
In appena un anno, Google è passata da inseguitrice a leader nella percezione di Wall Street, un rovesciamento che ha portato la sua capitalizzazione oltre i 4 trilioni di dollari, superando Microsoft come terza azienda più grande al mondo.
Insieme a Nvidia e Apple, Alphabet forma ora un club esclusivo di tre attori con valutazioni superiori ai 4 trilioni, consolidando una concentrazione di potere finanziario e tecnologico senza precedenti.
Il forziere di Google si è riempito grazie ad accordi strategici con Meta e Apple per alimentare infrastrutture e prodotti IA, costruendo un ecosistema meno fragile rispetto a quello basato sulle promesse di OpenAI.
Resta aperta, però, la domanda da un trilione di dollari che Mark Shmulik ha posto: esiste davvero un mercato abbastanza grande da giustificare questi investimenti? Pichai ha risposto con fiducia che la domanda da parte di Google DeepMind e dei clienti cloud supera già la capacità computazionale che l’azienda riesce a portare online.
Ma gli investitori, scottati dalle bolle del passato, vogliono vedere i ricavi prima di tornare a credere ciecamente nelle promesse del futuro.
Fonti: Financial Times, Reuters


