Waymo vuole filmare i passeggeri per addestrare l’IA

da | 8 Apr 2025 | IA, Automotive

Fino a non molto tempo fa, le intelligenze artificiali imparavano esclusivamente da internet: testi, immagini, video, forum, social. Il web era la loro scuola e gli utenti, inconsapevolmente, i loro insegnanti. Ma ora qualcosa sta cambiando.

L’addestramento dei modelli generativi più avanzati sta infatti cominciando a spostarsi verso un terreno più profondo e intimo: i dati raccolti direttamente dal comportamento umano nella vita reale.

Per essere chiari, parliamo di dati generati non più digitando su una tastiera ma semplicemente vivendo. O, nel caso di questa news, viaggiando in un’auto a guida autonoma.

L’occhio indiscreto di Waymo

Waymo, la società di Alphabet che gestisce una delle più avanzate flotte di robotaxi negli Stati Uniti, si prepara a compiere un passo che promette di far discutere.

Secondo una versione inedita della sua informativa sulla privacy, scoperta dalla ricercatrice Jane Manchun Wong, Waymo potrebbe iniziare a utilizzare i video registrati dalle telecamere interne dei suoi veicoli – dati legati all’identità dei passeggeri – per addestrare modelli di IA generativa.

L’immagine allegata al post su X che trovate qui sotto, dice tutto.

È un cambiamento di paradigma. Non si parla più solo di ottimizzare la guida autonoma ma di alimentare intelligenze artificiali con dettagli visivi e comportamentali raccolti all’interno di un’auto.

Espressioni facciali, linguaggio del corpo, forse perfino reazioni emotive. Tutto potenzialmente utilizzabile per rendere i modelli di IA più “umani”. Ma a quale prezzo?

L’intelligenza artificiale che osserva (e impara) dal passeggero

Waymo è attualmente l’unica azienda statunitense a generare ricavi regolari dai robotaxi, con oltre 200.000 corse a pagamento alla settimana in città come San Francisco, Los Angeles, Phoenix e Austin. Un balzo notevole rispetto alle 10.000 corse settimanali di appena due anni fa.

La crescita è evidente, e con essa l’interesse per nuove forme di monetizzazione. Secondo l’informativa interna, Waymo starebbe valutando anche la possibilità di utilizzare questi dati per personalizzare annunci pubblicitari a bordo.

La pubblicità in auto, abbinata ai dati visivi dei passeggeri, si candida così a diventare il prossimo terreno di sfruttamento della flotta di Google.

La bozza del documento parla esplicitamente di possibilità di “condividere i dati per migliorare e analizzare la funzionalità e per personalizzare prodotti, servizi, annunci e offerte”.

E anche se gli utenti possono disattivare la condivisione con terze parti, resta il fatto che il sistema è opt-out, e non opt-in. In altre parole: si è dentro automaticamente, a meno che non si decida esplicitamente di uscirne.

La corsa agli utili e il costo (nascosto) dell’innovazione

Il contesto economico non è secondario. Alphabet ha appena iniettato altri 5 miliardi di dollari in Waymo e la società ha raccolto 5,6 miliardi da investitori esterni, portando la valutazione sopra i 45 miliardi di dollari.

Ma nonostante questo, Waymo continua a registrare perdite operative consistenti: solo nel 2024, la divisione “Other Bets” di Alphabet – in cui rientra anche la società dei robotaxi – ha chiuso con un rosso di 1,2 miliardi di dollari.

La pressione a trovare nuove fonti di ricavo è concreta. E se la pubblicità e i dati biometrici diventano parte del modello di business, il confine tra innovazione tecnologica e sfruttamento commerciale si fa sottile.

Al momento, non è chiaro se Waymo intenda usare questi dati esclusivamente per modelli interni o se li condividerà con altre realtà dell’universo Alphabet, come Google o DeepMind.

Né è noto l’esatto tipo di informazioni raccolte dalle telecamere: si parla genericamente di “dati interni”, ma la gamma potrebbe andare dai gesti del corpo alle emozioni riflesse sul volto.

La privacy come ultima fermata

Questa vicenda ci porta a due riflessioni. La prima, è la scorrettezza intrinseca di Google in questa vicenda.

“Se è gratis, il prodotto sei tu”, è una frase diventata famosa soprattutto con l’avvento dei social network e dei servizi digitali apparentemente gratuiti, ma che in realtà monetizzano i dati e il comportamento degli utenti.

Nel caso di Waymo, però, la cosa discutibile è che il servizio non è gratuito: le corse si pagano, eppure i passeggeri diventano comunque il prodotto, perché i loro dati – e ora anche il loro volto, i loro gesti, le loro reazioni – possono essere usati per addestrare modelli di IA e per venderti pubblicità.

È un ulteriore ribaltamento del paradigma, aggravato dal fatto che lo sfruttamento dei dati generati dagli utenti viene abilitato di default.

La seconda riflessione, è quanto possiamo ancora parlare di privacy in un mondo in cui anche uno sguardo in auto può diventare materia prima per addestrare un’intelligenza artificiale.

Siamo infatti di fronte a una trasformazione silenziosa ma radicale, in cui le IA non stanno più solo imparando da ciò che scriviamo, ma anche da come ci comportiamo.

Le auto autonome, da semplice mezzo di trasporto, si stanno dunque trasformando in potenti sensori antropologici su quattro ruote. E la posta in gioco non è solo tecnologica ma profondamente umana.

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