Un altro avvocato nei guai per colpa di ChatGPT

by | 2 Giu 2025 | IA

Illustrazione: chatgpt
Tempo di lettura: 3 minuti

La Corte d’Appello dello Utah ha sanzionato l’avvocato Richard Bednar per aver depositato una memoria contenente citazioni false, tra cui un caso giuridico inesistente, generate con l’aiuto di ChatGPT.

La decisione è arrivata dopo che il legale della controparte ha scoperto anomalie nella documentazione allegata a una richiesta di appello interlocutorio, firmata da Bednar insieme a un secondo avvocato, Douglas Durbano, che però non ha partecipato alla stesura del testo.

Il documento, redatto da un assistente legale non abilitato, citava casi che non esistono in nessun archivio ufficiale del diritto statunitense. Tra questi anche un improbabile “Royer v Nelson”, totalmente assente da qualsiasi banca dati legale, ma rintracciabile solo tramite ChatGPT.

Una volta scoperta la frode, Bednar ha ammesso l’errore e si è assunto la responsabilità per non aver controllato personalmente il lavoro dell’assistente, che nel frattempo è stato licenziato dallo studio. L’avvocato ha inoltre offerto di coprire le spese legali della controparte come gesto riparatorio.

Nel motivare la sanzione, la Corte ha ricordato che, per quanto l’intelligenza artificiale stia diventando uno strumento sempre più diffuso anche nella ricerca legale, “ogni avvocato ha l’obbligo di verificare l’accuratezza dei documenti che deposita in tribunale”.

In questo caso, ha stabilito la Corte, “i legali del ricorrente hanno mancato alle proprie responsabilità deontologiche, presentando una petizione che conteneva precedenti giurisprudenziali inventati da ChatGPT”.

Oltre al pagamento delle spese legali della controparte, Bednar è stato obbligato a rimborsare il proprio cliente per il tempo speso nella preparazione e partecipazione all’udienza, e a versare una donazione di 1.000 dollari all’associazione “And Justice for All”, attiva nello Utah.

Ma non è un caso isolato

L’episodio non è affatto isolato. Il precedente più noto risale al maggio 2023, quando due avvocati newyorkesi, Steven Schwartz e Peter LoDuca, furono condannati da un giudice federale per aver inserito sei casi completamente inventati in una memoria difensiva. Anche in quel caso, le fonti erano state fornite da ChatGPT e mai verificate.

Il giudice definì l’accaduto un “abuso senza precedenti” e sottolineò come gli avvocati avessero agito con superficialità, confidando ciecamente in uno strumento inadatto alla pratica forense.

Episodi simili sono stati registrati anche in Canada e in Australia. Nella British Columbia, il caso più noto è Zhang v. Chen (2024), in cui l’avvocata Chong Ke ha presentato un atto legale contenente due citazioni inesistenti, generate da ChatGPT. Il tribunale l’ha obbligata a pagare le spese legali della controparte, sottolineando la gravità dell’uso non verificato dell’intelligenza artificiale.

In Australia, un caso avvenuto nel Nuovo Galles del Sud ha portato alla luce l’uso di contenuti generati da ChatGPT in una procedura di immigrazione, con citazioni completamente inventate. Sebbene il nome del legale coinvolto non sia stato reso pubblico, l’episodio ha spinto il Chief Justice Andrew Bell a emettere una direttiva formale: d’ora in poi, ogni documento probatorio (come dichiarazioni giurate e testimonianze) dovrà essere accompagnato da una dichiarazione che ne attesti l’assenza di contenuti generati da IA.

Una presa di posizione netta, che fotografa una crescente preoccupazione istituzionale.

Perché continuano a usare l’IA?

A questo punto la domanda è inevitabile: perché sempre più avvocati scelgono di affidarsi a ChatGPT, pur sapendo che può inventare fatti e casi?

La risposta è probabilmente una miscela di fattori. Il primo è la pressione lavorativa: molti studi legali, soprattutto quelli più piccoli, sono sommersi di incarichi e vedono nell’IA un’opportunità per accelerare il lavoro e ridurre i costi.

Il secondo fattore denota una certa ingenuità tecnologica. ChatGPT viene spesso scambiato per un motore di ricerca giuridico, quando in realtà è un modello linguistico: crea testi plausibili ma non garantiti. Il risultato è un paradosso: più il testo generato appare credibile, più è facile fidarsi senza verificarlo.

Infine c’è un tema culturale: l’uso dell’intelligenza artificiale non è ancora normato in modo chiaro nella professione forense. Manca un codice deontologico aggiornato, mancano linee guida precise, e questo lascia ampio margine alla discrezionalità. Ma come dimostra il caso Bednar (e prima ancora quello di Schwartz e LoDuca) i tribunali stanno iniziando a colmare il vuoto normativo con sanzioni sempre più esplicite.

Il messaggio che arriva dalla giustizia americana è chiaro: ChatGPT può aiutare ma non può sostituire l’obbligo di vigilanza e responsabilità. Chi lo dimentica, ne paga il prezzo. Ma il dubbio resta: quanti altri episodi simili si sono verificati senza che nessuno se ne sia accorto?

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