Nell’era del digitale, la ricerca della perfezione estetica assume nuove forme, e il dibattito sulla bellezza si sta spostando sempre più verso territori inesplorati.
Un fenomeno emergente vede le persone rivolgersi a chatbot come ChatGPT non solo per redigere email o fare ricerche, ma per ottenere un giudizio imparziale sul proprio aspetto.
Questo trend, raccontato dal Washington Post, è alimentato dalla crescente fiducia nelle capacità dell’intelligenza artificiale. Ma solleva interrogativi non di poco conto sulle dinamiche tra tecnologia, percezione di sé e standard di bellezza.
Ania Rucinski, una delle prime a esplorare questa nuova frontiera, si sentiva insicura riguardo al proprio aspetto. I suoi amici, preoccupati di non ferirla, non le avrebbero mai dato consigli diretti su come migliorare. Così, Rucinski, 32 anni, ha cercato risposte in una fonte inaspettata: ChatGPT.
La sua richiesta era chiara: stanca di sentirsi “meno desiderabile”, voleva sapere come potesse migliorare il suo aspetto. La risposta del bot? La sua faccia avrebbe tratto beneficio da una frangia a tendina. “Le persone filtrano le cose attraverso i loro pregiudizi e portano la propria soggettività in questo tipo di domande delicate,” ha osservato Rucinski. “ChatGPT porta un livello di oggettività che non si può ottenere nella vita reale.”
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ChatGPT come consigliere estetico: un nuovo paradigma
Dal suo lancio, ChatGPT di OpenAI è stato ampiamente utilizzato per compiti poco convenzionali. C’è chi lo usa come psicologo, chi come medico, chi invece se n’è innamorato e afferma addirittura di farci sesso.
Tuttavia, un caso d’uso inatteso vede gli utenti caricare le proprie foto, chiedendo valutazioni schiette del loro aspetto e condividendo i risultati sui social media. Molti vanno oltre, chiedendo al bot di formulare un piano per un vero e proprio “glow up”, ovvero un miglioramento complessivo dell’aspetto. I suggerimenti dell’IA spaziano dalla tinta per capelli a trattamenti estetici come il Botox.
Questa tendenza evidenzia una crescente disponibilità a fare affidamento sui chatbot non solo per informazioni e fatti, ma anche per opinioni su argomenti altamente soggettivi come la bellezza.
Per alcuni utenti, le risposte dell’IA sono percepite come più imparziali. Per altri, però, questi strumenti sono tutt’altro che neutrali. Essi incorporano infatti pregiudizi nascosti che riflettono i dati di addestramento o gli incentivi finanziari dei loro creatori.
Quando un chatbot fornisce un’opinione, attinge a vaste quantità di contenuti internet, che vanno da ricerche accademiche a forum web con contenuti magari misogini. Gli esperti del settore tecnologico e della bellezza avvertono che affidarsi all’IA per un feedback sul proprio aspetto è rischioso.
I rischi intrinseci e i bias algoritmici
Con le aziende di intelligenza artificiale che iniziano a offrire raccomandazioni per lo shopping e i prodotti, i chatbot potrebbero spingere i consumatori a spendere di più. Emily Pfeiffer, analista commerciale di Forrester, sottolinea che l’IA “ripete semplicemente ciò che ha visto online, e gran parte di ciò è stato progettato per far sentire le persone a disagio con se stesse e acquistare più prodotti”.
Questa problematica si amplifica considerando le origini dei dati di addestramento. Sebbene OpenAI non condivida pubblicamente i dati su cui sono addestrati i suoi sistemi di intelligenza artificiale, è probabile che includano forum online dove le persone classificano l’attrattiva altrui, come il subreddit r/RateMe o il sito web Hot or Not, come suggerisce Alex Hanna, direttore della ricerca presso il Distributed AI Research Institute.
Sebbene i dati di addestramento contengano idee diverse, i chatbot tendono a orientarsi verso i temi più comuni, come la convinzione che le donne debbano migliorare costantemente il loro aspetto. “Stiamo automatizzando lo sguardo maschile,” ha commentato Emily Bender, linguista computazionale specializzata in IA generativa.
Leah Seay Anise, portavoce di OpenAI, ha dichiarato che l’azienda dispone di team che lavorano per ridurre i pregiudizi nei suoi modelli e che le funzionalità di acquisto sono nuove e in fase di perfezionamento. Ma la questione rimane aperta: quando i bot danno consigli, chi sta realmente parlando? L’algoritmo riproduce semplicemente i bias presenti nei dati di addestramento o è in grado di sviluppare una comprensione più sfumata della bellezza?
La ricerca di un’oggettività illusoria
Nonostante i potenziali rischi e i bias intrinseci, molti consumatori continuano a rivolgersi ai chatbot per pareri sull’aspetto. La percezione è che l’IA offra una prospettiva diversa rispetto ad amici e familiari, che potrebbero edulcorare la verità. Gli utenti vedono ChatGPT come una misura più oggettiva della bellezza perché, a differenza degli esseri umani, non tiene conto di qualità come la gentilezza o l’umorismo.
Jessica DeFino, critica di bellezza, sostiene che gli standard di bellezza dell’era di internet trasformano il sé in un oggetto. E dunque cosa c’è di meglio per valutare un oggetto che chiedere a un altro oggetto (alimentato dall’IA)? “Se stiamo cercando di ottimizzare noi stessi come oggetti belli, non possiamo considerare l’input di un umano che è, diciamo, innamorato di noi”, afferma la DeFino.
Questo fenomeno si estende anche a conversazioni più sensibili, con alcuni utenti che si affidano ai chatbot per compagnia, inclusi scambi nello stile di una terapia psicologica. A volte, tutto ciò che le persone cercano è una “cassa di risonanza” che non porti con sé la complessità e l’imprevedibilità delle interazioni umane.
L’IA, in questo contesto, emerge come uno specchio apparentemente imparziale, capace di riflettere le percezioni e gli standard estetici assimilati dai vasti archivi del web. La domanda che rimane è se questa “verità” algoritmica sia davvero liberatoria o se, in fondo, non sia altro che un’eco amplificata dei nostri stessi pregiudizi e delle nostre insicurezze.


