Un robot che lavora alla metà della velocità di un uomo non sembra, sulla carta, un grande affare per una catena di montaggio. Eppure, per Michael Tam, chief brand officer di UbTech, questa è la fotografia onesta dello stato dell’arte tecnologico.
I modelli Walker S2, attualmente in fase di test presso giganti come la casa automobilistica BYD e il fornitore Apple Foxconn, raggiungono una produttività che oscilla tra il 30% e il 50% rispetto a quella di un operaio in carne e ossa.
Il dato emerge in un momento critico per la manifattura globale, dove la carenza di manodopera spinge le aziende verso soluzioni che fino a pochi anni fa erano confinate alla ricerca pura.
Questi umanoidi si limitano oggi a compiti specifici, come l’impilamento di scatole o il controllo qualità elementare, ma rappresentano la testa di ponte di una trasformazione industriale imminente. Nonostante la lentezza, infatti, i produttori fanno a gara per ordinarli, spinti dal timore di restare indietro rispetto ai pionieri del settore.
Non è solo una questione di prestazioni attuali ma di posizionamento strategico nel lungo periodo. Tam ha spiegato chiaramente che restare a guardare non è un’opzione per i grandi player asiatici. Se Tesla riuscirà a integrare con successo i propri robot Optimus nelle linee di produzione, concorrenti come BYD non potranno permettersi il lusso di accumulare un ritardo tecnologico incolmabile, indipendentemente dall’efficienza iniziale della macchina.
La politica industriale dietro ai robot
Dietro l’accelerazione di UBTech non c’è solo l’iniziativa privata ma un preciso mandato politico di Pechino. Che ha individuato nella robotica umanoide e nell’integrazione dell’IA fisica il pilastro per mantenere la sovranità manifatturiera.
Non è un caso che la Cina abbia rappresentato oltre la metà delle installazioni globali di robot industriali nel 2024, sebbene la stragrande maggioranza sia ancora costituita da bracci meccanici tradizionali e rigidi.
Il passaggio dal braccio statico alla forma umana risponde a una necessità di versatilità. Laddove un braccio meccanico è una soluzione vincolata a una singola posizione, l’umanoide promette di muoversi tra diverse linee di produzione, adattandosi a spazi e infrastrutture pensati originariamente per le persone. È la stessa visione che muove Elon Musk, convinto che la fabbrica del futuro sarà un organismo completamente automatizzato e privo di interruzioni.
Il divario tra i video promozionali di UbTech e la realtà operativa resta però tangibile. Se i trailer si concentrano su prodezze coreografiche, come la sostituzione autonoma delle batterie, gli analisti invitano a guardare ai problemi strutturali.
Da un lato, la gestione di decine di giunti mobili richiede una potenza di calcolo enorme per il controllo motorio in tempo reale; dall’altro, l’architettura decisionale fatica ancora a muoversi fuori da percorsi pre-programmati, rendendo la gestione degli imprevisti e del fabbisogno energetico un problema non ancora risolto.
La sfida insomma non è solo meccanica ma riguarda la capacità del robot di prendere decisioni autonome in contesti dinamici e non strutturati.
Pro e contro della forma umana
Uno degli ostacoli più concreti identificati da UBTech riguarda la manipolazione fine degli oggetti. Al momento, i modelli Walker richiedono spesso l’intervento di un operatore per cambiare le “mani” o le appendici a seconda del compito da svolgere. Sviluppare una mano multifunzionale che possa passare dal sollevare un carico pesante al maneggiare componenti microelettronici senza pause è l’obiettivo ingegneristico prioritario per l’anno in corso.
La complessità strutturale degli umanoidi solleva però dubbi sulla loro reale prontezza commerciale rispetto ai sistemi di automazione tradizionali. Mentre i nastri trasportatori e i bracci fissi offrono un’affidabilità totale, i robot semoventi devono affrontare problemi di equilibrio e coordinazione che ne rallentano l’esecuzione.
Nonostante ciò, il mondo tecnologico cinese è in fermento: aziende come Dobot Robotics, Unitree, X-Humanoid e AgiBot stanno creando un ecosistema competitivo che pressa i leader di mercato. La competizione interna, unita alla necessità di non cedere il passo agli Stati Uniti, sta trasformando le fabbriche cinesi in laboratori a cielo aperto.
In questo ambito, l’errore o la bassa produttività iniziale vengono accettati come parte integrante di un investimento a lungo termine. L’obiettivo non è la perfezione immediata, ma l’occupazione precoce di un segmento di mercato che promette di ridefinire i costi della logistica e della produzione globale.
L’obiettivo dell’ottanta per cento
L’obiettivo dichiarato di UBTech è ambizioso: portare il Walker S2 all’80% dell’efficienza umana entro il 2027. Potrebbe sembrare un traguardo al ribasso ma la logica industriale suggerisce il contrario.
Un robot che produce l’80% di un uomo ma che non necessita di ferie, pause pranzo o riposi notturni, garantisce una continuità operativa h24 che un essere umano non potrà mai pareggiare. Questa soglia renderebbe l’investimento non solo sostenibile ma preferibile per molte imprese.
Il mercato sembra voler dare credito a questa proiezione. UBTech ha già consegnato 500 umanoidi industriali e punta alla cifra record di 10.000 unità prodotte entro la fine di quest’anno. Anche i dati finanziari riflettono un ottimismo cauto: l’azienda ha ridotto le perdite nel primo semestre del 2025 a circa 440 milioni di Rmb, con ricavi in crescita del 28%. Questo miglioramento è sostenuto da una spesa in ricerca e sviluppo che nel 2024 ha toccato il 37% del fatturato totale.
UbTech al banco di prova
La firma di accordi con Airbus e Texas Instruments segna inoltre un cambio di passo fondamentale, ossia l’uscita dai laboratori di ricerca sponsorizzati dal governo per entrare in contesti produttivi occidentali.
Airbus ha precisato che si tratta ancora di una fase di test concettuale molto precoce, ma la sola presenza del Walker S2 di UbTech nelle linee di un produttore aeronautico europeo indica quanto sia alta la tensione verso l’innovazione per non restare schiacciati tra i due blocchi tecnologici dominanti.
Il vero carburante di questa evoluzione non è però solo il metallo, ma il dato. Ogni ora passata da un robot in fabbrica genera informazioni preziose che alimentano le generazioni successive attraverso l’apprendimento automatico.
È un circolo virtuoso: più macchine vengono dispiegate nel mondo reale, più dati vengono raccolti per addestrare i modelli di IA, accelerando in modo esponenziale la crescita delle capacità motorie e decisionali degli umanoidi.
Fonte: Financial Times


