SoftBank chiede 40 miliardi in prestito per OpenAI. E il mercato inizia a preoccuparsi

by | 7 Mar 2026 | IA, Business

Masayoshi Son e Sam Altman.
Riassunto IA
  • SoftBank tratta con JPMorgan e altri tre istituti un prestito ponte da record fino a 40 miliardi di dollari, a dodici mesi, per finanziare un ulteriore investimento da 30 miliardi in OpenAI, portando l’esposizione complessiva oltre i 60 miliardi.
  • S&P ha abbassato l’outlook creditizio di SoftBank, segnalando il rischio che la concentrazione su OpenAI comprometta la liquidità e la qualità degli asset della società giapponese.
  • Parallelamente all’investimento diretto, SoftBank sta acquisendo infrastrutture connesse all’IA (data center, chip, robotica) attraverso una serie di operazioni finanziate prevalentemente a debito.
Tempo di lettura: 3 minuti

Quaranta miliardi di dollari. In prestito. Per finanziare una quota in una startup, per quanto la più celebre del momento.

SoftBank Group sta trattando con quattro istituti di credito, tra cui JPMorgan Chase, un prestito ponte da record. È il più grande mai contratto dalla società giapponese esclusivamente in dollari, con una durata di circa dodici mesi.

I dettagli sono ancora in via di definizione e le parti coinvolte hanno rifiutato di commentare. Ma la sola entità della cifra racconta qualcosa di preciso sull’ossessione di Masayoshi Son per OpenAI e sulla direzione in cui sta spingendo l’intera SoftBank.

Anatomia di una scommessa da sessanta miliardi

Non è la prima volta che Son punta su OpenAI. L’azienda ha già iniettato oltre 30 miliardi nella startup di Sam Altman, che alla fine del 2024 le garantiva una quota di circa l’11%. I nuovi 30 miliardi, in larga parte finanziati dal prestito in trattativa, porterebbero l’esposizione complessiva oltre i 60 miliardi.

Per trovare i capitali necessari, SoftBank ha ceduto la sua partecipazione in Nvidia. Il portafoglio si è così focalizzato attorno a due asset: Arm Holdings, il produttore britannico di chip di cui SoftBank controlla circa il 90%, e OpenAI, che produce ChatGPT.

Il parallelo con le scommesse storiche di Son (Alibaba, ByteDance) è inevitabile. Ma stavolta i multipli di valorizzazione sono di un ordine di grandezza diverso, in un contesto di mercato del credito assai meno generoso.

Le azioni di Tokyo agganciate alla guerra dei modelli

La concentrazione su OpenAI ha una conseguenza diretta e concreta: le azioni di SoftBank si sono legate alle performance competitive di ChatGPT. Ogni segnale di debolezza di OpenAI rispetto a Gemini di Google, a Claude di Anthropic o ai modelli cinesi come DeepSeek, si trasmette al valore azionario della società giapponese.

La finanza diventa così il termometro della guerra tra i grandi modelli di linguaggio: una dinamica che Son ha costruito deliberatamente, ma che espone SoftBank a variabili che nessun bilancio può controllare.

SoftBank: i segnali che il mercato non può ignorare

È in questo contesto che va letto il downgrade di S&P, arrivato questa settimana: l’agenzia di rating ha abbassato l’outlook creditizio di SoftBank, citando esplicitamente il rischio che gli investimenti in OpenAI possano compromettere la liquidità dell’azienda e la qualità del suo credito.

Non è un segnale tecnico trascurabile. S&P non abbassa l’outlook per capriccio ed è un avvertimento rivolto ai mercati e agli istituti che finanziano SoftBank.

Sullo sfondo, restano le preoccupazioni strutturali sull’intera industria: la mancanza di un caso d’uso davvero diffuso per i servizi di IA generativa alimenta i timori di una bolla.

Son ha già dimostrato di saper anticipare i cicli tecnologici. Ma ha anche dimostrato, con il Vision Fund, di saper perdere decine di miliardi quando la narrazione si sgonfia.

Il debito come strategia industriale

OpenAI non è l’unica voce a bilancio di Masayoshi Son. SoftBank, insieme a Sam Altman, ha investito insieme un miliardo in SB Energy, società che lavora alla costruzione di data center negli Stati Uniti.

Ha anche concordato l’acquisto di DigitalBridge Group, società di private equity specializzata in infrastrutture digitali, per circa 3 miliardi in contanti. L’anno scorso ha acquisito il produttore di chip Ampere Computing per 6,5 miliardi e proposto un’acquisizione da 5,4 miliardi della divisione robotica di ABB.

Il quadro che emerge è quello di un’azienda che non sta semplicemente comprando una quota in OpenAI: sta cercando di costruire, pezzo per pezzo (ma a debito), l’intera infrastruttura attorno all’IA generativa.

Che quella infrastruttura valga davvero quanto Son è disposto a pagare è, per ora, una domanda senza risposta.

Fonte: Bloomberg

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