Smart hospital, allarmi intelligenti: così Ascom UMS allunga la vita ai pazienti

da | 24 Apr 2025 | Tecnologia

Tra i razzi su Marte di Elon Musk, la crisi del mercato dell’elettrico, le intelligenze artificiali, gli agenti IA, le tensioni geopolitiche e le peripezie processuali delle tech star cui spesso dedichiamo la nostra attenzione, c’è un ambito di applicazione della tecnologia più silenzioso ma non per questo meno importante: la sanità.

Dell’ importantissima applicazione della tecnologia in questo ambito abbiamo parlato con Tiziano Pigozzi, Solution Architect Patient System di Ascom UMS, azienda specializzata in soluzioni informatiche per il settore sanitario e dell’industria.

L’ambito in cui opera Ascom UMS è quello dei sistemi di comunicazione e gestione degli allarmi clinici, e offre dispositivi mobili certificati e software per migliorare l’efficienza dei flussi di lavoro ospedalieri e residenziali.

Il suo obiettivo è garantire che le informazioni giuste arrivino, nel momento giusto, alla persona giusta.

Allarmi, cadute e letti intelligenti

La gestione degli allarmi è uno dei nodi più delicati della sanità. Non si tratta solo di riceverli: bisogna filtrarli, interpretarli, dare le giuste priorità.

Le statistiche diffuse da Ascom UMS, relative alla sanità pubblica britannica, rivelano un quadro insospettabilmente drammatico per quanto riguarda un problema apparentemente secondario: le cadute.

Tiziano Pigozzi, Solution Architect Patient System di Ascom UMS.

Queste rappresentano oggi una delle principali cause di complicazioni, costi e persino decessi negli ospedali.

In Inghilterra, infatti, ogni anno se ne registrano circa 247.000, con conseguenze spesso gravi: quasi 100.000 pazienti riportano contusioni, abrasioni o lesioni più serie, tra cui 2.000 fratture dell’anca, 600 altre fratture e 130 decessi direttamente collegati agli incidenti.

Si tratta di un problema che pesa anche economicamente sul sistema sanitario, con un costo stimato di 630 milioni di sterline l’anno solo per il trattamento delle cadute.

Da qui è nata l’ipotesi dello studio di Ascom UMS: se si riuscisse a ridurre il tempo di risposta alle chiamate del paziente, si potrebbe ridurre la frustrazione, diminuire il numero di alzate non assistite e, di conseguenza, limitare il rischio di cadute.

Il tempo di risposta ideale? Entro due minuti. Superare questa finestra critica, può aumentare significativamente il rischio per il paziente.

Lo studio di Ascom UMS presso l’Harrogate District Hospital

L’indagine si è svolta nell’arco di sei mesi e ha messo a confronto i risultati ottenuti con i tradizionali sistemi di chiamata infermieri e la soluzione Smart Nurse Call di Ascom UMS.

Col modello tradizionale che tutti conosciamo, il paziente preme un pulsante generando un allarme sonoro e visivo che cessa solo con l’intervento dell’operatore.

Con Smart Nurse Call, la richiesta arriva direttamente sul dispositivo mobile del membro del team assegnato, permettendo così una risposta più mirata e tempestiva.

Con Smart Nurse Call, invece, la richiesta viene indirizzata direttamente al dispositivo mobile del membro del team assegnato, che può quindi rispondere in modo mirato e più rapido.

“Immaginiamo un paziente che chiede un antidolorifico”, racconta Tiziano Pigozzi di Ascom UMS. “Con il nostro sistema, la richiesta arriva subito al dispositivo dell’infermiere designato, che può valutare le priorità e intervenire tempestivamente. Questo riduce drasticamente la probabilità che il paziente tenti di alzarsi da solo, con tutti i rischi del caso”.

I numeri confermano l’efficacia del sistema: oggi fino al 20% delle chiamate riceve risposta entro due minuti, e un ulteriore 20% addirittura entro un minuto. Il miglioramento medio nei tempi di risposta è stato del 12,2%, pari a 22 secondi in meno rispetto al periodo precedente.

La questione della ‘alarm fatigue’

Il sistema ha avuto anche un impatto positivo sulla qualità del lavoro degli operatori.

Ora è possibile vedere sullo smartphone chi ha premuto il pulsante e dove si trova il paziente. Si possono anche stabilire le priorità in modo più consapevole e intervenire in tempi rapidi. E, in caso di emergenza, sapere dove andare con precisione fa la differenza.

Già, perché associato ai problemi fin qui descritti, ce n’è un altro: quello della “alarm fatigue”: troppi segnali rischiano di diventare una triste abitudine e di renderli così inefficaci.

Ascom UMS lavora per ottimizzare questo flusso informativo. E oltre a quanto descritto finora, integra i dati provenienti da letti medicali evoluti, sensori e dispositivi mobili.

In ospedale come nelle RSA, ad esempio, sapere se un paziente non si muove da ore può significare prevenire una piaga da decubito. Ma la tecnologia da sola non basta: è l’integrazione intelligente, il “workflow”, che fa la differenza.

“L’ospedale è una città, un centro commerciale, un’industria, una logistica: tutto insieme”, dichiara Tiziano Pigozzi, sintetizzando così la complessità di un ambiente sanitario moderno.

Una complessità che Ascom UMS affronta con un approccio centrato sul paziente: è da qui che nasce il nome della business unit che rappresenta, ossia “Patient System”. Al centro, c’è sempre il paziente, che genera dati e soprattutto allarmi.

Ascom UMS si occupa appunto di gestirli, interpretarli e veicolarli a chi deve agire, attraverso dispositivi medicali e sistemi di comunicazione integrati.

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Tecnologie silenziose e smartphone medicali

Se quanto descritto getta una luce su problematiche sensibili alle quali eppure non viene certo spontaneo pensare, ce n’è un’altra ugualmente importante che riguarda la creazione di ambienti ospedalieri silenziosi, senza il classico bip dei macchinari.

Il rumore eccessivo genera infatti stress non solo nei pazienti ma anche negli operatori, una variabile altrettanto importante quando si parla di sanità. Per questo Ascom UMS sviluppa soluzioni che trasmettono gli allarmi direttamente su smartphone “rugged”, con certificazione medica.

Gli smartphone “rugged-enterprise” sono dispositivi progettati per resistere a urti, polvere, acqua e condizioni ambientali estreme.

Gli smartphone “rugged-enterprise”, è meglio spiegarlo, sono telefoni progettati per resistere a condizioni estreme e per essere utilizzati in ambienti di lavoro difficili come cantieri, fabbriche, contesti militari e, appunto, ospedali.

Rispetto agli smartphone tradizionali sono impermeabili, antiurto e spesso certificati con standard come IP67 o IP68. Sono facili da igienizzare, un aspetto fondamentale in ambito sanitario, e sono dotati di una batteria sostituibile a caldo, che può quindi essere cambiata senza che si spenga il dispositivo.

Hanno anche pulsanti fisici personalizzabili, ad esempio per chiamate d’emergenza, e sono compatibili con software professionali, come appunto quelli per la gestione degli allarmi clinici di Ascom UMS.

RSA, Alzheimer e i finti cinema

Oltre agli ospedali, Ascom UMS guarda con crescente attenzione al mondo delle RSA, dove l’invecchiamento della popolazione e il numero crescente di pazienti affetti da Alzheimer pongono sfide sempre più urgenti.

Guardando al mercato globale, le soluzioni tecnologiche per la localizzazione e il monitoraggio si stanno evolvendo: dai tradizionali braccialetti si passa oggi a piccoli tag BLE, inseriti in modo discreto negli indumenti o nelle calzature.

BLE, acronimo di Bluetooth Low Energy, è una tecnologia che consente ai dispositivi di comunicare tra loro con un consumo energetico molto ridotto, rendendo possibile un tracciamento continuo e duraturo senza la necessità di ricariche (durata media 2 anni).

L’obiettivo è monitorare i movimenti dei pazienti in modo non invasivo, prevenire fughe o cadute e inviare allarmi tempestivi al personale sanitario.

Restando in tale ambito, non possiamo non riportare quanto ci è stato spiegato da Tiziano Pigozzi in merito al trattamento dei malati di Alzheimer in Nord Europa.

Lì, in alcune RSA, hanno iniziato a sviluppare ambienti che ricreano in modo realistico situazioni della vita quotidiana, con l’obiettivo di offrire ai pazienti affetti da Alzheimer un contesto familiare e rassicurante.

Si tratta di spazi progettati per stimolare la memoria e ridurre il disorientamento come piccoli supermercati, bar, fermate dell’autobus, perfino sale cinema, tutti perfettamente ricostruiti ma pensati per un uso terapeutico.

L’idea è quella di far sentire i pazienti inseriti in una quotidianità comprensibile, che ricorda loro il mondo esterno, contribuendo a mantenere una certa autonomia e a limitare l’agitazione.

Si pensa sempre alla salute dei pazienti, quasi mai a quella del personale sanitario, un aspetto spesso sottovalutato ma essenziale quando si parla di qualità dell’assistenza.

Come ha raccontato Tiziano Pigozzi durante l’intervista, queste soluzioni hanno colpito anche gli stessi operatori di Ascom UMS: “Ce l’hanno raccontato i nostri colleghi in Olanda e noi siamo rimasti a bocca aperta. Hanno creato RSA in cui il malato di Alzheimer può vivere una vita ‘normale’, in sicurezza, e con un livello di dignità molto più alto rispetto a quello che purtroppo si riscontra ancora in molte strutture italiane”.

L’approccio è profondamente diverso da quello, ancora diffuso in Italia, dove il contenimento fisico e la chiusura delle porte rappresentano spesso l’unica misura adottata per gestire pazienti con disturbi cognitivi.

Il modello nordico, al contrario, si basa su fiducia, tecnologia e ambienti costruiti ad hoc, in cui il paziente viene seguito senza essere limitato nei movimenti.

Questo approccio, però, richiede investimenti, competenze e soprattutto una diversa cultura dell’assistenza, che in Italia fatica ancora a imporsi, anche per la totale assenza di fondi dedicati da parte del PNRR.

Interoperabilità e IA (ma con prudenza)

L’integrazione è un altro punto di forza di Ascom UMS, che fin dagli anni ’80 lavora per far dialogare tecnologie diverse: dispositivi medicali, reti WiFi, server, smartphone, sistemi radio.

L’esperienza nasce in contesti estremi, come quelli scandinavi, dove l’idea del pericolo e dell’allarme tempestivo ha generato una cultura della comunicazione integrata tra apparati fisici, software e radio.

In quei contesti, spesso isolati o impervi, avere un sistema affidabile che avverte “chi deve sapere” in pochi istanti può letteralmente fare la differenza.

Questo approccio è rimasto nel DNA di Ascom UMS e in uno smart hospital ideale, tutti questi elementi comunicano tra loro in tempo reale, con priorità e filtri che ottimizzano il flusso delle informazioni.

In questo ecosistema, Ascom UMS si posiziona come orchestratore, non come produttore unico. Il dato raccolto dal dispositivo medicale non va solo in una centrale di monitoraggio: viene indirizzato verso il professionista giusto, nel momento giusto, sul dispositivo giusto.

Immancabile, in conclusione, una domanda sui piani nell’ambito della intelligenza artificiale. Sorprendentemente, visto che ormai è diventata una facile leva di marketing per qualunque azienda, per Ascom UMS ancora una prospettiva.

Soprattutto in ambito clinico, “parlare di IA a un primario spesso genera diffidenza”, ammette Pigozzi. Per questo Ascom UMS affronta il discorso con estrema cautela, almeno per ora.

Ascom UMS si propone come orchestratore: il dato raccolto dal dispositivo medicale viene recapitato al professionista giusto, nel momento giusto, sul dispositivo giusto.

Più plausibile invece la sua applicazione nelle RSA, dove sistemi predittivi potrebbero avvisare operatori o caregiver su comportamenti anomali di un paziente, come una possibile caduta imminente.

Si parla di intelligenza artificiale “osservativa”, in grado di apprendere dai comportamenti abituali del paziente e segnalare variazioni sospette. Ma anche qui, Ascom UMS preferisce concentrarsi sull’integrazione con partner tecnologici, lasciando lo sviluppo dell’IA a chi la fa di mestiere.

Il futuro è in costruzione, e passa prima di tutto dalla creazione di un’infrastruttura digitale affidabile, interoperabile e realmente centrata sul paziente.

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