Tre miliardi di dollari. È la cifra che Humain, il veicolo di investimento in intelligenza artificiale di proprietà dello Stato saudita, ha versato in xAI di Elon Musk, contribuendo in modo determinante al round da 20 miliardi di dollari chiuso a gennaio.
È un’operazione finanziaria di prima grandezza, certo. Ma anche un segnale geopolitico preciso: l’Arabia Saudita non vuole restare a guardare la corsa globale all’IA, vuole comprare un posto al tavolo.
L’investimento ha trasformato Humain in un “azionista di minoranza significativo” di xAI. Con una particolarità non trascurabile: le quote sono state successivamente convertite in azioni SpaceX, dopo che Musk ha fuso la sua startup di IA con la società missilistica, dando vita a un’entità da 1.250 miliardi di dollari.
In una mossa sola, Riyadh è diventata azionista di uno degli ecosistemi tecnologici più potenti del mondo.” La traiettoria di xAI, ulteriormente rafforzata dalla sua acquisizione da parte di SpaceX, una delle più grandi fusioni tecnologiche mai registrate, rappresenta il tipo di piattaforma ad alto impatto che cerchiamo di sostenere con capitali significativi”, ha dichiarato Tareq Amin, amministratore delegato di Humain.
Chi è Humain e cosa vuole l’Arabia Saudita da Musk
Humain non è un fondo di venture capital come tanti. È lo strumento che il Principe Ereditario Mohammed bin Salman ha costruito per trasformare il regno petrolifero in potenza tecnologica.
Finanziata dal Fondo di Investimento Pubblico saudita, la società è stata lanciata l’anno scorso con un mandato preciso: guidare la strategia di Riyadh nell’intelligenza artificiale, dagli investimenti esteri allo sviluppo di infrastrutture e modelli propri.
Il rapporto con xAI non nasce oggi. A novembre, Humain aveva già stretto una prima partnership con la società di Musk, impegnandosi a sviluppare oltre 500 megawatt di nuova capacità di data center in Arabia Saudita e a distribuire il chatbot Grok nel paese. L’investimento da 3 miliardi annunciato mercoledì è il passo successivo: da partner operativo ad azionista strategico.
Il disegno complessivo è quello della Vision 2030, il piano di diversificazione economica che punta a ridurre la dipendenza dal petrolio costruendo nuovi settori di eccellenza. L’IA, con le sue infrastrutture ad alta intensità di capitale, si presta perfettamente a questa logica: richiede grandi investimenti, genera dipendenza tecnologica e, se giocata bene, può posizionare un paese come nodo essenziale di un’industria globale.
Il Golfo come banca dell’IA americana
L’Arabia Saudita non è sola in questa strategia. Le nazioni ricche di petrolio del Golfo sono diventate, negli ultimi anni, il principale motore finanziario dell’industria dell’intelligenza artificiale americana. OpenAI e Anthropic, i principali rivali di xAI, hanno entrambe raccolto ingenti capitali da investitori della regione.
I fondi sovrani del Golfo riempiono un vuoto che altri investitori faticano sempre più a coprire: le valutazioni delle grandi società di IA hanno raggiunto livelli che scoraggiano i fondi tradizionali, ma non chi dispone di liquidità praticamente illimitata e di un orizzonte strategico che va ben oltre il prossimo trimestre.
Per i paesi del Golfo, finanziare l’IA americana non è pura speculazione finanziaria. È un modo per garantirsi accesso preferenziale a tecnologie che potrebbero ridefinire equilibri economici e geopolitici. In cambio di capitale, ottengono partnership, infrastrutture, modelli e un posto nei consigli di amministrazione delle aziende che stanno scrivendo le regole del gioco.
La scommessa SpaceX: se l’IPO fa la storia
C’è però una dimensione puramente finanziaria che vale la pena guardare da vicino. SpaceX sta valutando una quotazione in borsa già a giugno. Le stime parlano di una raccolta fino a 50 miliardi di dollari, il che ne farebbe la più grande IPO di tutti i tempi, superando i 29 miliardi raccolti da Saudi Aramco nel 2019.
È un primato che l’Arabia Saudita detiene e che potrebbe essere battuto da un’azienda in cui l’Arabia Saudita stessa ha appena investito miliardi.
Se le previsioni si avverassero, Humain si troverebbe con una partecipazione in una società quotata a una valutazione record, avendo acquisito le azioni prima della quotazione.
Il ritorno potenziale è difficile da quantificare ma l’operazione ha tutte le caratteristiche di una scommessa costruita con cura, non di un investimento di portafoglio. Riyadh ha scelto il momento, il veicolo e il partner. Il resto lo farà Wall Street.
Fonte: Financial Times


