Qualche mese fa abbiamo introdotto in queste pagine il concetto di “enshittification”, un termine coniato dallo scrittore Cory Doctorow che si riferisce al processo in cui una piattaforma o un servizio, spesso inizialmente user-friendly e di successo, inizia a deteriorarsi a causa di pratiche aziendali eccessivamente orientate al profitto.
Questo fenomeno si verifica quando un’azienda inizia a privilegiare gli inserzionisti, i partner commerciali o altre fonti di guadagno a scapito dell’esperienza degli utenti. Ed è ciò a cui, secondo un’indagine del New York Times, andrà incontro OpenAI con ChatGPT.
Sia chiaro, Mike Isaac ed Erin Griffith non hanno usato il concetto di cui sopra nel loro reportage da San Francisco. Viene però difficile non fare questa correlazione nel momento in cui apprendiamo che Sam Altman ha in mente per il suo chatbot la stessa parabola seguita da Netflix, Prime Video, YouTube e Xbox Live.
Ossia creare un servizio estremamente utile e inizialmente a buon mercato (se non del tutto gratuito), aspettare che attecchisca, che diventi parte dell’uso quotidiano, e quindi volutamente sporcarlo e rovinarlo. A meno, ovviamente, di non pagare una somma di denaro. Inizialmente marginale, di quelle che sì, danno fastidio ma sono comunque accettabili.
E poi tirare via via la corda sempre di più, un rincaro alla volta, fino a quando il mercato accetta di lasciarla tirare. Attorno al proprio collo, s’intende.
44 dollari per ChatGPT
Ma torniamo alla notizia riportata dal New York Times. OpenAI sta pianificando un importante aumento del costo del suo celebre chatbot nei prossimi cinque anni. Attualmente, circa 10 milioni di utenti pagano un abbonamento mensile di 20 dollari per accedere ai servizi premium di ChatGPT.
L’azienda però prevede di incrementare questo prezzo in maniera significativa, passando prima a 22 dollari entro la fine di questo anno, per arrivare fino a 44 dollari al mese nel giro di cinque anni.
Questa mossa fa parte di una strategia più ampia di crescita delle entrate, che OpenAI ritiene essenziale per sostenere l’espansione del suo business. Nel 2023, l’azienda ha già registrato un aumento del 1700 percento delle sue entrate mensili, arrivando a 300 milioni di dollari ad agosto.
Sam Altman stima di raggiungere i 3,7 miliardi di dollari in vendite annuali entro la fine di quest’anno e prevede di triplicare ulteriormente tale cifra nel 2025, arrivando a 11,6 miliardi.
Il costo dell’intelligenza artificiale per OpenAI
A causa questa crescita esplosiva l’azienda sta però affrontando importanti difficoltà finanziarie. Secondo un’analisi indipendente dei documenti finanziari di OpenAI effettuata dal New York Times, quest’anno l’azienda potrebbe perdere circa 5 miliardi di dollari.
La causa? Principalmente, i costi legati alla gestione dei suoi servizi, ai salari dei dipendenti e alle spese generali. La sua maggiore spesa è però legata alla potenza di calcolo fornita da Microsoft, che ha già investito oltre 13 miliardi di dollari nella società.
Vista le perdite, vien da sé che OpenAI sia dunque “costretta” a crescere. Ma l’obiettivo che si è prefisso Sam Altman pare particolarmente aggressivo, avendo anticipato ai finanziatori l’obiettivo di raggiungere i 100 miliardi di dollari di entrate entro il 2029.
Questo risultato metterebbe l’azienda tecnologica privata di San Francisco alla pari con colossi come Nestlé o Target. E dipenderà dal continuo successo di ChatGPT, che da novembre 2022 ha attirato milioni di utenti, soprattutto grazie alla possibilità di utilizzarlo gratuitamente senza creare un account.
Sam Altman si dice convinto che l’aumento del prezzo di ChatGPT non rallenterà l’adozione del servizio. E per rafforzare questa sua convinzione, sta considerando l’introduzione di nuove funzionalità premium per giustificare i prezzi più elevati, offrendo modelli più avanzati agli utenti paganti.
Con oltre un milione di sviluppatori che utilizzano la tecnologia di OpenAI per alimentare i propri servizi, l’azienda sta posizionandosi per diventare un punto di riferimento nel settore dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni.
La sfida più grande, però, rimane il controllo dei costi. OpenAI sta cercando di bilanciare la crescita delle entrate con una riduzione delle perdite, un problema comune a molte start-up tecnologiche in forte espansione.
Nel frattempo, Sam Altman sta negoziando nuovi round di finanziamento per rafforzare la posizione di OpenAI, con l’obiettivo di raccogliere altri 7 miliardi di dollari e raggiungere così quella valutazione di 150 miliardi di cui abbiamo già scritto. Valutazione che sarebbe una delle più alte mai registrate per una società privata.
Nonostante le sfide che si trova ad affrontare, OpenAI pare dunque determinata a consolidare la sua leadership nel settore dell’IA. Ma a farne le spese, una volta di più, saranno gli utenti.


