“L’acqua è essenziale per la vita.” Con queste parole, nel 2020, il presidente di Microsoft Brad Smith annunciava un piano ambizioso: ridurre i consumi idrici dei data center, sostenere progetti di ripristino delle zone umide, implementare tecnologie per il risparmio idrico.
Cinque anni dopo, documenti interni ottenuti dal New York Times raccontano una storia diversa. L’azienda prevede che il suo fabbisogno idrico raggiunga i 18 miliardi di litri nel 2030, con un aumento del 150% rispetto al 2020.
Le proiezioni originarie parlavano addirittura di 28 miliardi di litri, cifra poi rivista al ribasso solo dopo che il quotidiano americano ha contattato Microsoft per un commento.
La nuova stima, però, non include oltre 50 miliardi di dollari in accordi per data center firmati l’anno scorso, né i contratti con i cosiddetti “neocloud”, i nuovi fornitori di infrastrutture. Quanto pesi davvero l’impronta idrica dell’intelligenza artificiale, resta insomma in buona parte un’incognita.
La metamorfosi industriale della Silicon Valley
Il punto di svolta ha una data precisa: novembre 2022, quando OpenAI ha lanciato ChatGPT. Quando Smith pronunciò il suo impegno sull’acqua, il chatbot non esisteva ancora.
Due anni dopo, la corsa all’IA ha innescato una frenesia costruttiva senza precedenti: Microsoft, Google e OpenAI si contendono il primato nell’intelligenza artificiale, e per farlo servono data center. Tanti.
La capacità globale è destinata a raddoppiare entro il 2030, secondo la società di consulenza JLL. Ed è una trasformazione strutturale che ricorda, per ritmo e portata, la Rivoluzione Industriale.
Le aziende che per decenni si sono vantate di un’impronta fisica leggera (“vendiamo software, non fabbriche”), stanno diventando colossi ad alta intensità di risorse, con esigenze energetiche e idriche paragonabili a quelle del manifatturiero pesante.
I data center hanno rappresentato lo 0,04% del consumo idrico statunitense nel 2024, contro il 41% della generazione elettrica e il 37% dell’agricoltura. Ma la traiettoria è in forte crescita: negli Stati Uniti, che ospitano oltre metà della capacità globale, il fabbisogno idrico dei data center potrebbe quintuplicare entro il 2028, passando da 60 a 275 miliardi di litri.
Microsoft: dove l’acqua scarseggia, i data center crescono
Il 46% dei prelievi idrici di Microsoft nel 2024 proveniva da aree già sotto stress idrico.
Nei pressi di Giacarta, metropoli che sta letteralmente sprofondando nel Mar di Giava a causa del drenaggio delle falde acquifere, l’azienda prevedeva un consumo di 1,9 miliardi di litri nel 2030, cifra poi ridotta a 664 milioni dopo le domande del Times, senza spiegazioni sul perché.
A Phoenix, in Arizona, dove la siccità dura da vent’anni, le proiezioni parlavano di 3,3 miliardi di litri, poi scesi a due miliardi. A Pune, in India, città di sette milioni di abitanti scossa l’anno scorso da proteste per la carenza idrica e dalla campagna “No Water, No Vote”, Microsoft stimava un fabbisogno di 1,9 miliardi di litri, ora ridimensionato a 237 milioni.
Le revisioni al ribasso sollevano interrogativi sulla metodologia ma il quadro complessivo non cambia: l’infrastruttura digitale globale si espande proprio dove l’acqua è più scarsa.
Microsoft comunque non è sola: Amazon ha abbandonato un progetto in Arizona per preoccupazioni idriche, Google ha ritirato i piani per un data center in Cile, residenti della Georgia accusano un impianto Meta di aver compromesso le forniture di acqua potabile.
Il buco nero della trasparenza
Non esistono obblighi di divulgazione per il consumo idrico dei data center. Le aziende decidono autonomamente cosa comunicare e con quali metodologie calcolarlo.
Microsoft pubblica dati aggregati sul passato ma non informazioni specifiche per singole località. Quando il Times ha chiesto chiarimenti sulle revisioni delle stime, l’azienda non ha risposto.
C’è poi un fattore che le cifre ufficiali non catturano: l’acqua necessaria per produrre l’elettricità che alimenta i data center. La maggior parte degli impianti di generazione (nucleare, gas, carbone) richiede grandi quantità d’acqua per il raffreddamento.
Secondo Fengqi You, docente di ingegneria dei sistemi alla Cornell University, includere questo “effetto moltiplicatore” triplicherebbe l’impronta idrica reale. Applicato alle proiezioni originarie di Microsoft, il calcolo porterebbe a quasi 80 miliardi di litri nel 2030, ossia quanto consuma in un anno una città americana di medie dimensioni.
La retorica delle “grandi trasformazioni”
All’interno di Microsoft, l’acqua è stata a lungo una priorità secondaria. Priscilla Johnson, direttrice della strategia idrica dell’azienda dal 2017 al 2020, ha raccontato al Times che alcuni data center non avevano nemmeno contatori per misurare i consumi.
Nelle riunioni di pianificazione, l’acqua era regolarmente l’ultimo punto all’ordine del giorno, spesso saltato per mancanza di tempo. Quando propose soluzioni più efficienti, un manager le rispose: “Come faccio a giustificare un data center più costoso?”.
Oggi Microsoft dichiara di essere sulla buona strada per diventare “water positive” entro il 2030, restituendo più acqua di quanta ne consumi. Ma nel suo stesso rapporto ambientale del 2024, l’azienda ammette che una “sfida chiave” è la “disponibilità limitata di iniziative pronte per investimento e implementazione nelle località prioritarie”.
Questo mese, Brad Smith ha tenuto un discorso a Washington paragonando i data center per l’IA alle grandi infrastrutture del passato: le reti elettriche, le linee telefoniche, le autostrade. Una narrazione che normalizza la competizione per le risorse come prezzo inevitabile del progresso.
Ma è proprio questo il punto: anche quelle trasformazioni ebbero costi ambientali e sociali enormi, spesso ignorati per decenni. La differenza è che oggi lo sappiamo in anticipo.
Fonte: The New York Times


