Il governo federale potrebbe entrare nel capitale delle società di intelligenza artificiale. L’ipotesi circola da mesi nell’amministrazione Trump, e a portarla sul tavolo sarebbe stato Sam Altman in persona. Secondo il The Wall Street Journal, il numero uno di OpenAI ne avrebbe parlato direttamente col presidente all’inizio del 2025, per poi tornare sull’argomento nelle ultime settimane.
La logica è quella di distribuire più ampiamente i benefici economici della tecnologia. Una partecipazione pubblica permetterebbe allo Stato di incassare una quota dei guadagni del settore.
Darebbe anche alle aziende un avallo da parte di chi ne regolamenta i modelli. E servirebbe infine ad attenuare l’ansia crescente sull’impatto dell’IA sul lavoro, proprio mentre diverse società del comparto si preparano alla quotazione in borsa.
Il rovescio della medaglia è che il governo si esporrebbe alla volatilità di un mercato ancora tutto da misurare.
Il precedente Intel
Dall’inizio del 2025 i funzionari avrebbero discusso in via preliminare l’acquisizione di quote dirette negli sviluppatori di IA, dentro un disegno più ampio di intervento dello Stato nell’economia privata.
L’amministrazione ha già annunciato investimenti diretti in una serie di aziende, e il caso più evidente resta Intel, di cui Washington ha rilevato il 10% (come avevamo raccontato qui).
Pochi giorni fa il presidente ha firmato un ordine esecutivo che rafforza la vigilanza federale sull’industria dell’IA: il terreno, insomma, pare già pronto.
Due strade opposte
Sulla stessa necessità (come far ricadere sulla collettività la ricchezza generata dall’IA) si confrontano due risposte agli antipodi. Quella in discussione alla Casa Bianca prevede una cessione volontaria di quote, una partnership negoziata in cui nessuno è costretto a consegnare azioni.
Quella avanzata in Parlamento è di tutt’altra natura: il senatore Bernie Sanders, che Altman ha incontrato proprio mercoledì, ha presentato una proposta di legge per trasferire a un fondo pubblico il 50% del capitale delle principali aziende del settore, con i proventi destinati ai cittadini.
Partecipazione di minoranza contrattata da un lato, prelievo obbligatorio della metà dall’altro.
Il lungo corteggiamento di Altman
Che Altman cerchi l’abbraccio dello Stato non è una novità. Aveva già sondato il governo sulla possibilità di finanziare il laboratorio già anni prima del lancio di ChatGPT.
Ad aprile la sua azienda ha poi rilanciato con la proposta di un fondo di ricchezza pubblica che investa nelle società di IA e giri i profitti direttamente ai cittadini, compresi quelli che non hanno investimenti sui mercati.
Per il funzionamento, Altman ha evocato un meccanismo simile ai Trump accounts, i conti di risparmio con vantaggi fiscali pensati per i bambini.
Il riparo dietro lo Stato
Se l’operazione andasse in porto, chi ha il compito di vigilare sui modelli ne diventerebbe socio, con un interesse finanziario diretto ed evidente nel loro successo.
Per Altman, però, il calcolo è anche un altro: legarsi al governo significa farsi forte dietro le spalle presidenziali, trasformando lo Stato in garante implicito quando l’esposizione del settore diventa difficile da reggere da soli.
La stessa ambiguità era già emersa sui data center. La direttrice finanziaria Sarah Friar aveva ipotizzato garanzie pubbliche sui prestiti per le infrastrutture; Altman aveva poi smentito di volerle; Friar aveva quindi corretto il tiro, spiegando che si parlava di un quadro generale per la costruzione a livello di settore.
Che è un po’ come cercare la rete di protezione e nega nello stesso movimento di volerla.
Fonte: The Wall Street Journal


