Donald Trump ha trasformato Intel in un caso politico. E con un’operazione che nessuno aveva previsto fino a poche settimane fa, ha convertito 8,9 miliardi di dollari di fondi del Chips Act in una partecipazione azionaria del 10% nella società guidata da Lip-Bu Tan.
L’accordo, annunciato ieri alla Casa Bianca, rende il governo federale il primo azionista del colosso americano dei semiconduttori, aprendo scenari inediti sulle relazioni tra Stato e mercato in un settore chiave per l’economia e la sicurezza nazionale.
Trump non ha usato giri di parole per descrivere l’intesa. “Ho detto: ‘Penso che dovreste darci il 10% della società’, e loro hanno detto sì”, ha raccontato dallo Studio Ovale. Parole che spiegano bene la natura diretta e personale di un accordo che segna una svolta radicale nei rapporti tra l’amministrazione e uno dei pochi campioni nazionali ancora attivi nella produzione di chip su larga scala.
I termini dell’operazione sono chiari: i miliardi già stanziati dal Chips Act del 2022 ma non ancora versati verranno trasformati in capitale. In questo modo, Washington non solo sostiene Intel in una fase di difficoltà, ma entra formalmente nella compagine azionaria della società, ottenendo una posizione di controllo che finora era rimasta appannaggio esclusivo del mercato.
Gli Stati Uniti pagheranno 20,47 dollari per azione, una cifra inferiore ai 23 dollari riconosciuti di recente dal gruppo giapponese SoftBank per il suo investimento da 2 miliardi, e ben al di sotto dei 24,80 dollari a cui il titolo ha chiuso venerdì a Wall Street. L’operazione ha immediatamente avuto un effetto positivo sul mercato: le azioni Intel hanno guadagnato il 5,5% nella stessa giornata, anche se restano dimezzate rispetto a inizio 2024.
Tra accuse di socialismo e le pressioni sul mercato
C’è un dettaglio non di poco conto da osservare: a differenza di quanto avvenuto durante la crisi finanziaria del 2008, Intel non è una società sull’orlo del collasso ma un gruppo industriale che soffre la concorrenza di TSMC, Nvidia e AMD. La scelta di entrare direttamente nel capitale viene quindi interpretata da molti come un atto di indirizzo politico ed economico senza precedenti.
Il passo del presidente ha quindi suscitato anche critiche. Come quella del senatore repubblicano Rand Paul, che ha attaccato la decisione su X definendola “un passo verso il socialismo”. Un’accusa che riflette la preoccupazione di una parte del Congresso di fronte a un governo che non si limita a regolare il mercato, ma vi entra come attore a tutti gli effetti.
If socialism is government owning the means of production, wouldn’t the government owning part of Intel be a step toward socialism?
Terrible idea.
What to know about the US getting a stake in Intel | AP News https://t.co/3UHCM39NUB
— Rand Paul (@RandPaul) August 20, 2025
Gli esperti guardano però più al futuro che al dibattito ideologico. “Secondo alcuni analisti, l’esecutivo potrebbe ora favorire accordi o spingere altre imprese ad acquistare da Intel”. Un’ipotesi che appare tutt’altro che remota, soprattutto considerando l’approccio diretto e interventista che Trump ha già dimostrato in altri dossier industriali, dalle acciaierie agli accordi sulle forniture energetiche.
In questo scenario, Intel rischia di trasformarsi in una sorta di “progetto nazionale”, protetto e promosso dall’amministrazione, che potrebbe essere replicato in caso si rivelasse di successo.
Intel e le difficoltà strutturali
Il nodo resta però quello della capacità produttiva. Intel ha perso terreno negli ultimi anni, accumulando ritardi tecnologici e perdite consistenti: solo la divisione foundry ha registrato un rosso di 3,2 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre. Molti investitori spingono da tempo perché l’azienda si concentri sul design dei chip e cerchi partner per la produzione, invece di tentare da sola l’impresa titanica di competere con TSMC sul terreno delle fonderie.
Il governo potrà offrire capitale e sostegno politico, ma difficilmente colmerà il divario tecnologico che separa Intel dai suoi rivali asiatici. Come ha osservato un analista di Bernstein Research, “ciò di cui hanno davvero bisogno è capacità. E questa non è una cosa su cui il governo possa aiutare davvero”.
Per Trump l’operazione va oltre i numeri. Intel diventa un tassello strategico della politica industriale americana, un’azienda privata che da oggi risponde anche agli interessi della Casa Bianca. Non è più solo questione di utili o perdite, ma di influenza geopolitica e di rilancio del manifatturiero statunitense. In questo senso, la linea di separazione tra logiche di mercato e obiettivi politici non è mai stata così sfumata.


