In un post pubblicato ieri su X, Altman ha chiesto che l’Advanced Manufacturing Investment Credit (AMIC) venga ampliato per includere la produzione di server AI, i data center e i componenti della rete elettrica.
L’obiettivo, ha spiegato, è sostenere quella che definisce una “reindustrializzazione americana su tutta la filiera: fab, turbine, trasformatori, acciaio e molto altro”, perché “aiuterà tutti nel nostro settore e anche in altri (noi compresi)”.
Altman ha tuttavia voluto chiarire un punto: “Il credito d’imposta è completamente diverso dalle garanzie sui prestiti a OpenAI”. Il messaggio arriva subito dopo le dichiarazioni di Sarah Friar e la successiva correzione di Sam Altman in merito ai salvataggi di Stato per le aziende di IA.
Una distinzione tutt’altro che formale, che segna la linea sottile tra la richiesta di incentivi industriali e il rifiuto di un sostegno diretto alle imprese dell’intelligenza artificiale.
The government has played a role in critical infrastructure builds. Our public submission (posted on our blog) shares our thinking and suggests ideas for how the US government can support domestic supply chain/manufacturing.
This is very in line with everything we have heard… https://t.co/1kAyLKtK6a
— Sam Altman (@sama) November 7, 2025
La coerenza di Altman
Sebbene a prima vista possa apparire il contrario, il nuovo intervento di Altman non smentisce ma rafforza la posizione che abbiamo riportato ieri nell’articolo “Sam Altman: ‘No ai salvataggi di Stato per le aziende di IA’”.
In quell’occasione, il CEO di OpenAI aveva affermato che “i contribuenti non dovrebbero salvare aziende che prendono cattive decisioni”, respingendo l’idea di qualsiasi intervento pubblico a tutela delle big tech in caso di crisi.
La richiesta di oggi si colloca su un piano diverso: non un aiuto diretto ma una politica industriale strutturale, che favorisca lo sviluppo dell’intera filiera tecnologica americana.
Altman distingue dunque tra l’assistenzialismo di breve periodo e la costruzione di un ecosistema competitivo capace di sostenere la leadership tecnologica degli Stati Uniti nel lungo periodo.
OpenAI e la corsa da 1,4 trilioni
Altman non parla ovviamente a caso. OpenAI ha già annunciato un piano d’investimento da 1,4 trilioni di dollari per i prossimi otto anni, destinato a potenziare le proprie infrastrutture computazionali. Una cifra che dà la misura della scala su cui si gioca la partita dell’intelligenza artificiale.
La crescente domanda di modelli generativi, guidata da prodotti come ChatGPT, ha infatti innescato una competizione senza precedenti tra i giganti della Silicon Valley per la costruzione di data center e lo sviluppo di chip sempre più potenti.
Proprio per questo, la proposta di Altman assume un valore strategico: non chiede sussidi per OpenAI ma strumenti fiscali che favoriscano la nascita di una catena industriale nazionale dell’IA.
Una posizione condivisa, almeno in parte, dalla Casa Bianca, che con il Chips Act mira a riportare negli Stati Uniti la produzione di semiconduttori e tecnologie critiche.
Lo Stato come facilitatore
A chi lo accusa di incoerenza, Altman risponde dunque con nessuna richiesta di salvataggio, nessun “too big to fail”. L’unico intervento pubblico che invoca è quello di uno Stato che crei le condizioni perché l’industria privata possa investire.
È una distinzione sottile ma che definisce l’attuale postura del capitalismo tecnologico americano: indipendenza imprenditoriale sì, ma all’interno di una cornice di politiche industriali coordinate.
Resta però difficile ignorare un’evidenza. Al di là dei principi, la sua crociata per l’innovazione sembra mossa anche da un’urgenza molto concreta: quella di trovare, comunque e ovunque, nuovi capitali.
Fonte: Reuters


