Sam Altman: “No ai salvataggi di Stato per le aziende di IA”

da | 7 Nov 2025 | Business, IA

Sam Altman, CEo di OpenAI. Foto: Apple Photos Clean Up/Wikimedia Commons
Tempo di lettura: 4 minuti

Il clima attorno all’intelligenza artificiale è cambiato. Da settimane, le principali testate economiche americane pubblicano analisi e previsioni sul rischio imminente di una bolla speculativa legata all’IA.

Alle volte non si parla più di se esploderà, ma di quando esploderà, e soprattutto di cosa fare nel frattempo, come prepararsi all’impatto. La narrazione è diventata quasi profetica, e forse anche autoreferenziale: a furia di evocare lo scoppio di una crisi, i mercati sembrano già prepararsi psicologicamente a subirla.

E così ogni segnale, ogni frase di un dirigente tech, viene amplificato come un possibile indizio del collasso che tutti si aspettano. Come nel caso di questa news.

Sarah Friar fa tremare i mercati

In questo clima ipersensibile, è bastata una frase sbagliata per accendere il dibattito. Durante una conferenza del Wall Street Journal, Sarah Friar, direttrice finanziaria di OpenAI, ha evocato l’idea che il governo americano potesse fare da “backstop” ai contratti di finanziamento della società. Con questo termine, nel linguaggio finanziario, s’intende una garanzia pubblica o privata contro le perdite.

Un modo, ha spiegato, per “trovare un ecosistema di banche, fondi privati e forse anche istituzioni governative” in grado di sostenere gli investimenti necessari a costruire data center e acquistare chip. Il problema è che i tassi di ammortamento di questi chip, ha aggiunto Friar, “restano incerti”, rendendo più oneroso il debito e più rischioso l’intero modello di crescita.

OpenAI, del resto, ha già firmato accordi per oltre 1.400 miliardi di dollari in impegni decennali con colossi come Amazon, Oracle, Microsoft e Nvidia. Una cifra spaventosa, anche per una società valutata 500 miliardi, che conta oggi più di un milione di clienti enterprise.

Le sue incaute parole sono rimbalzate sui social come un boomerang. In pochi minuti, “backstop” è diventato sinonimo di “bailout”, evocando lo spettro di un intervento pubblico a sostegno delle big tech in difficoltà. E in un contesto dove il costo dell’energia cresce, le azioni oscillano e gli investitori cominciano a domandarsi se l’IA genererà davvero profitti reali, la frase della Friar è sembrata una conferma dei peggiori timori.

Una catena di debiti incrociati

La questione, in realtà, va ben oltre OpenAI. Come abbiamo scritto nel nostro editoriale, tutto il settore è impegnato in una corsa senza precedenti per costruire infrastrutture di calcolo, data center e reti di distribuzione dell’energia.

IA: la vetrina scintilla, il retrobottega scricchiola di TechTalking.it

Gli accordi circolari tra aziende e la leva finanziaria gonfiano un’IA sempre più costruita sul debito. Aumentando il rischio di una crisi analoga a quella delle dot-com.

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Si parla di investimenti che, sommati, generano una spirale di spese e finanziamenti incrociati tra produttori di chip, cloud provider e laboratori di IA. È un ecosistema in cui il denaro circola a velocità vertiginosa, ma senza certezze di ritorno. Alcuni economisti lo paragonano già alla finanza derivata del 2008: complessa, autoreferenziale e potenzialmente instabile.

Immaginiamo dopo una telefonata di Sam Altman, la Friar ha successivamente cercato di chiarire il senso delle sue parole su LinkedIn: “Usare il termine backstop ha confuso il messaggio. Intendevo dire che la forza americana nella tecnologia deriva dalla costruzione di una reale capacità industriale, che richiede la partecipazione congiunta del settore privato e del governo”. Ma il danno ormai era fatto.

La riposta dello ‘zar’ dell’IA

A gettare benzina sul fuoco è intervenuto David Sacks, investitore di lungo corso nella Silicon Valley, vicino alle posizioni libertarie e (soprattutto) nominato da Donald Trump come consigliere per l’intelligenza artificiale e le criptovalute.

In un post su X, Sacks ha tagliato corto: “Ci sono almeno cinque aziende di modelli di frontiera negli Stati Uniti. Se una fallisce, le altre prenderanno il suo posto”.

Sacks ha poi chiarito che l’obiettivo dell’amministrazione è semplificare i permessi e accelerare la produzione energetica, senza però gravare sulle bollette dei cittadini. “Non penso che nessuno stesse davvero chiedendo un salvataggio”, ha aggiunto.

Altman: “Se falliamo, dobbiamo fallire”

Nel pomeriggio è arrivata la replica di Sam Altman, che ha voluto chiudere la polemica con una dichiarazione netta ma non per questo del tutto rassicrante: “Non abbiamo né vogliamo garanzie governative per i data center di OpenAI. Crediamo che i governi non debbano scegliere vincitori o vinti, e che i contribuenti non debbano salvare aziende che prendono cattive decisioni”.

Poi, in un lungo post, ha ribadito il concetto con parole ancora più esplicite: “Se sbagliamo e non riusciamo a rimediare, dobbiamo fallire. Altre aziende continueranno a fare un buon lavoro e a servire i clienti”.

Altman ha aggiunto che OpenAI prevede di chiudere il 2025 con 20 miliardi di dollari di ricavi annualizzati e di crescere fino a “centinaia di miliardi entro il 2030”. Una crescita “faticosa ma promettente”, ha detto, ricordando che “ogni raddoppio è un’enorme mole di lavoro”.

Sarah Friar, nel suo post su LinkedIn, ha cercato di spostare la conversazione su un piano più ottimistico. “Non penso che ci sia abbastanza entusiasmo per l’IA, quando considero le implicazioni pratiche e ciò che può fare per le persone”. Ma l’idea che lo scoppio della bolla dell’IA sia ormai inevitabile continua a circolare come un mantra e, a furia di ripeterla, potrebbe accadere prima del previsto.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal

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