Google ha messo un tetto all’uso che Meta fa dei suoi modelli Gemini. Il gruppo di Mark Zuckerberg chiedeva più potenza di calcolo di quanta Google potesse fornire, e da marzo si è sentito rispondere di no. Le restrizioni, riferisce il Financial Times, sono ancora in vigore e hanno rallentato alcuni progetti interni di IA.
È raro che uno dei grandi del settore neghi i propri modelli a un cliente di quella stazza, e la vicenda apre una prospettiva interessante sui colli di bottiglia che gravano sull’intera industria.
La comunicazione è arrivata intorno a marzo: Google non poteva vendere a Meta tutta la capacità Gemini che l’azienda voleva acquistare. E da allora il blocco non si è allentato.
Per attutirne l’effetto, e in parallelo a una stretta più ampia sui costi dell’IA, Meta ha chiesto ai propri dipendenti di consumare con più parsimonia i token a loro disposizione.
Anche altri clienti di Google hanno subito limitazioni analoghe ma in misura minore: la fame di calcolo di Meta è di un ordine di grandezza diverso, e per questo l’azienda è stata colpita più di chiunque altro.
Nemmeno i giganti hanno abbastanza compute
Nonostante spendano decine di miliardi in chip, data center ed energia, nemmeno le aziende più grandi del mondo riescono a procurarsi potenza di calcolo sufficiente.
La domanda è esplosa con la diffusione di chatbot, assistenti per la programmazione e soprattutto agenti, e a pesare oggi è soprattutto l’inferenza, cioè il far girare i modelli una volta addestrati.
Alla trimestrale di aprile Sundar Pichai ha ammesso che i ricavi cloud di Google hanno superato per la prima volta i 20 miliardi di dollari (circa 18,5 miliardi di euro), con un portafoglio di contratti firmati e non ancora evasi sopra i 460 miliardi (circa 425 miliardi di euro).
E ha aggiunto una frase che ha tradito un’insolita trasparenza: “Ovviamente, nel breve termine siamo limitati dalla capacità di calcolo. I nostri ricavi cloud sarebbero stati più alti se fossimo stati in grado di soddisfare la domanda”.
Per coprire il buco nella potenza di calcolo, all’inizio del mese Google ha firmato un contratto da 920 milioni di dollari al mese (circa 850 milioni di euro) per affittare capacità da SpaceX. Un mese prima aveva fatto lo stesso Anthropic.
Se Meta dipende da Google…
La vicenda rivela quanto Meta, che pure si presenta come paladina dell’IA aperta con i suoi modelli Llama, dipenda dai modelli di un concorrente.
Gemini gira dentro l’azienda per automatizzare parte dei controlli di sicurezza, dall’individuare le truffe alla rimozione dei contenuti dannosi, e viene impiegato anche per l’assistenza clienti, i chatbot a supporto degli inserzionisti, alcuni flussi di lavoro e la programmazione, accanto a Claude di Anthropic.
La ragione della scelta è scomoda da ammettere: Gemini rendeva meglio di Llama. E tutto questo mentre Zuckerberg riversa miliardi nell’accaparrarsi talenti e infrastrutture per costruire quella che chiama “superintelligenza personale”, promettendo 600 miliardi di dollari (circa 555 miliardi di euro) di investimenti negli Stati Uniti entro il 2028.
Meta e la corsa a un modello proprio
A differenza di Google, Meta non ha un’attività cloud su cui contare: deve costruirsi da zero la propria flotta di data center per addestramento e inferenza.
Nel frattempo prova ad affrancarsi dai modelli altrui puntando su Muse Spark, il suo nuovo sistema giudicato competitivo con Gemini e capace di tagliare la dipendenza esterna per una parte delle applicazioni.
Resta il problema che vale per tutti, non solo per Menlo Park: finché il calcolo scarseggia, comanda chi lo possiede. E se a razionarlo è perfino chi ne ha di più, agli altri non resta che mettersi in fila.
Fonte: Financial Times


