La corsa mondiale all’intelligenza artificiale sta per trovare un nuovo epicentro. L’India, per anni considerata soprattutto come grande bacino di outsourcing e sviluppo software, è infatti improvvisamente diventata uno dei terreni più ambiti su cui Big Tech sta giocando la partita dell’IA.
Gli impegni presi da Amazon, Microsoft e Google negli ultimi mesi raccontano un cambio di scala evidente: decine di miliardi di dollari promessi in un arco di tempo ristretto, con una netta accelerazione nelle ultime settimane.
Non si tratta solo di inseguire nuovi utenti. L’India viene oggi letta come uno snodo strategico dove far convergere infrastrutture, capitale umano e influenza geopolitica.
Con oltre un miliardo di persone connesse, un ecosistema di sviluppatori tra i più vasti al mondo e un governo disposto a facilitare l’arrivo di investimenti, il Paese pare essere diventato una tappa obbligata nella corsa all’intelligenza artificiale.
Big Tech all’assalto dell’India
L’offensiva è arrivata su più piani. OpenAI e Anthropic hanno aperto uffici locali, mentre una lunga serie di dirigenti (dal CEO di Microsoft Satya Nadella fino a Lip-Bu Tan di Intel) ha incontrato il primo ministro Narendra Modi per discutere di semiconduttori e intelligenza artificiale.
A febbraio l’India ospiterà anche un vertice internazionale sull’IA, presentato come il primo grande summit del settore nel Sud globale.
l cuore degli investimenti, però, resta infrastrutturale. Microsoft ha annunciato un piano da 17,5 miliardi di dollari che include un enorme complesso di data center a Hyderabad, destinato a entrare in funzione a metà del 2026 e con dimensioni paragonabili a quelle di due grandi stadi sportivi.
Google ha invece promesso 15 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2030, con un progetto da un gigawatt a Visakhapatnam, per il quale lo Stato dell’Andhra Pradesh ha già destinato centinaia di acri di terreno.
È però importante chiarire un punto: l’infrastruttura fisica sarà anche indiana ma l’hardware resterà (ovviamente) americano. I chip utilizzati per addestrare ed eseguire i grandi modelli linguistici sono quasi esclusivamente GPU prodotte da aziende statunitensi come Nvidia e, in misura minore, AMD.
L’hardware cinese non rappresenta un’alternativa praticabile per i data center di Big Tech, né per ragioni tecnologiche né geopolitiche, a prescindere dal tentativo dell’India di mantenere un equilibrio diplomatico tra Washington e Pechino.
L’India, in altre parole, ospiterà i data center dell’IA globale ma non controllerà il cuore tecnologico che li renderà possibili.
Data center, energia e acqua: il prezzo ambientale dell’IA
È proprio questa espansione infrastrutturale a sollevare le preoccupazioni più immediate. I data center richiedono infatti enormi quantità di energia e acqua, due risorse che in molte aree dell’India sono già sotto forte pressione.
A Visakhapatnam, attivisti e organizzazioni locali hanno iniziato a contestare il progetto di Google, denunciando il rischio che i sussidi pubblici destinati al data center sottraggano fondi a sanità, istruzione e sviluppo rurale.
Le critiche non riguardano solo i conti pubblici. La regione deve già fare i conti con carenze di falde acquifere, precipitazioni irregolari e una rete elettrica sovraccarica. L’arrivo di infrastrutture energivore viene quindi percepito come un fattore di ulteriore instabilità.
“Questo progetto rappresenta un disastro ambientale ed economico incombente”, ha avvertito l’Human Rights Forum indiano, parlando di una crescente cattura delle risorse locali da parte delle grandi aziende tecnologiche.
Utenti sì, profitti forse
Accanto alle infrastrutture, c’è poi la corsa agli utenti. L’India è già il secondo mercato mondiale per OpenAI con ChatGPT e per Anthropic con Claude, e rappresenta una delle basi di crescita più importanti per le piattaforme di intelligenza artificiale generativa.
Non a caso è anche il Paese con la più grande popolazione di studenti su ChatGPT a livello globale, con la fascia tra i 18 e i 24 anni che risulta la più attiva.
Eppure, la dimensione del pubblico non garantisce automaticamente la sostenibilità economica. Il mercato indiano è infatti estremamente sensibile al prezzo, e convincere milioni di utenti a pagare un abbonamento mensile per strumenti di IA non è affatto scontato.
Non a caso OpenAI ha scelto di offrire in India una lunga prova gratuita di ChatGPT Go, la versione a basso costo del servizio: un tentativo esplicito di abbassare la soglia d’ingresso in un mercato dove cinque dollari al mese possono pesare quanto un piano dati mensile per lo smartphone.
Il rischio, per le aziende, è quello di replicare uno schema già visto altrove: investire somme enormi, crescere in fretta in termini di adozione e solo successivamente vedere se e quando tutto questo diventerà davvero sostenibile.
Le pesanti ricadute occupazionali
Se l’impatto ambientale è la preoccupazione più visibile, quella occupazionale potrebbe rivelarsi la questione più delicata. L’India ha costruito una parte rilevante della propria crescita economica su un settore IT da oltre 280 miliardi di dollari, che impiega milioni di persone nei call center, nell’assistenza clienti e nello sviluppo software di base.
Proprio questi ruoli sono tra i più esposti all’automazione. Secondo diversi analisti, l’IA sostituirà una quota rilevante dei lavori entry-level, quelli che per decenni hanno rappresentato la porta d’ingresso nel mercato del lavoro per intere generazioni di giovani indiani.
“Le posizioni junior, da sempre il punto d’ingresso al settore IT, sono anche le più esposte all’automazione”, ha avvertito Anirudh Suri del Carnegie Endowment for International Peace.
La questione non è solo quantitativa ma strutturale. L’IA metterà in discussione il modello stesso dell’outsourcing a basso costo, costringendo l’India a interrogarsi su come riposizionare la propria forza lavoro in una catena del valore sempre più automatizzata.
Le ambizioni incompiute dell’India
Sul piano geopolitico, l’India resta schiacciata tra due poli. Da un lato gli Stati Uniti, che controllano i modelli più avanzati e l’hardware critico. Dall’altro la Cina, che ha messo in piedi una filiera tecnologica compatta, in cui hardware, produzione industriale e catene di approvvigionamento rispondono a una regia centrale, riducendo dipendenze esterne e colli di bottiglia.
Gli investimenti pubblici indiani nell’IA, pari a poco più di un miliardo di dollari, appaiono poi modesti se confrontati con le risorse messe in campo dalle grandi potenze.
L’India rischia allora di diventare soprattutto il luogo in cui l’IA mondiale verrà ospitata e consumata, più che progettata e governata. Il che lascia aperta una domanda di fondo: essere il nuovo campo di battaglia dell’intelligenza artificiale basterà per diventarne anche uno dei veri protagonisti?
Fonte: The Washington Post


