Da quando abbiamo aperto TechTalking, abbiamo perso il conto dei nostri articoli che sono stati censurati da Facebook per i motivi più astrusi.
Solamente nelle ultime settimane ci è stato bloccato un post relativo a Bullfrog, la mitragliatrice gestita dall’IA, e quello relativo a Fugatto, il nuovo modello di intelligenza artificiale di Nvidia.
Il primo è stato visto come un incitamento alle armi (e sì che concludevamo il pezzo con una chiusura moraleggiante); il secondo, invece, è stato rimosso poiché “Il contenuto (post) potrebbe usare link o contenuti fuorvianti per indurre le persone a visitare un sito web o rimanerci”.
Che, di base, è il fulcro dell’editoria online. E comunque il link era al nostro sito e la fonte era Reuters.
Come al solito ci siamo appellati a Facebook, che ha promesso di prendere in esame la nostra istanza. Cosa che puntualmente non è accaduta, nella più totale assenza di comunicazione.
È per queste ragioni che siamo sempre piuttosto scettici quando leggiamo di Zuckerberg promuovere il proprio modello di intelligenza artificiale, così come quando pensiamo ai futuri sistemi di verifica automatica dell’anagrafe per quelle nazioni, come l’Australia, che vogliono vietare i social network ai minori di sedici anni.
Il risveglio di Meta
Quanto abbiamo appena raccontato è solamente la nostra esperienza (e avremmo almeno una decina di altri casi da raccontarvi). L’unica parziale consolazione, all’insegna del mal comune che diventa mezzo gaudio, è che non dobbiamo essere i soli a essere ingiustamente penalizzati da Meta.
Nick Clegg, presidente degli affari globali di Meta, durante una conferenza stampa ha infatti ammesso che gli strumenti di moderazione della società stanno rimuovendo troppi contenuti innocui. “Il nostro tasso di errore è ancora troppo alto”, ha dichiarato, impegnandosi poi a migliorare la precisione nell’applicazione delle regole.
Nick Clegg ha anche detto che, sebbene l’intento di Meta sia quello di garantire la libertà di espressione, la realtà racconta un’altra storia. «Troppo spesso contenuti innocui vengono rimossi o limitati, e troppe persone subiscono sanzioni ingiuste», ha affermato.
La pandemia e l’approccio eccessivo
Un esempio emblematico di questo problema è stato, a suo dire, l’approccio adottato durante la pandemia di Covid-19. Meta aveva implementato regole molto severe, rimuovendo enormi quantità di contenuti ritenuti inappropriati o potenzialmente dannosi.
Tuttavia, con il senno di poi, la società ha riconosciuto che molte decisioni erano sbagliate.
«Durante la pandemia nessuno sapeva come si sarebbe evoluta la situazione. Abbiamo preso decisioni con un livello di cautela estrema, ma ora sappiamo che in alcuni casi abbiamo esagerato», ha ammesso Clegg.
L’ammissione arriva dopo le critiche degli utenti che hanno contestato la rimozione di post innocui o il blocco ingiustificato di profili. E dopo che Zuckerberg, qualche mese fa, ha preso le distanze da Biden con la lettera aperta che potete approfondire al link qui sotto.
Errori e rischi per la libertà di parola
Gli errori nella moderazione non sono un problema nuovo per Meta.
Negli Stati Uniti, sulla piattaforma Threads, numerosi utenti hanno evidenziato casi di censura ingiustificata, tra cui la soppressione di immagini relative all’attentato fallito contro Donald Trump.
Il Comitato di Controllo interno di Meta ha avvertito che questi errori rischiano di limitare eccessivamente la libertà di parola politica, ma Meta non ha ancora introdotto modifiche sostanziali alle sue politiche di moderazione.
Clegg ha descritto le regole dell’azienda come un «documento vivo e in continua evoluzione», suggerendo che potrebbero esserci novità in futuro. E le sue dichiarazioni segnano una svolta nella narrativa di Meta, che da anni investe miliardi di dollari nella moderazione dei contenuti.
Il riconoscimento degli errori e la promessa di maggiore precisione potrebbero dunque aprire la strada a politiche meno restrittive, volte a ristabilire un equilibrio tra sicurezza e libertà di espressione.


