“Non permetterò che i cittadini della Pennsylvania vengano vessati da sviluppatori avidi e travolti dagli avvocati che lavorano per queste grandi aziende tecnologiche.” Lo ha scritto su X il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, riferendosi ai data center.
Fino a poco tempo fa Shapiro aveva attirato nello stato decine di miliardi di dollari di investimenti da Amazon, Microsoft e Google. Ora però corre per la rielezione contro la tesoriera repubblicana Stacy Garrity, che su questo fronte lo ha anticipato: sostiene già una moratoria temporanea sui data center in Pennsylvania.
Questo è un caso tutt’altro che isolato. In Texas, il governatore repubblicano Greg Abbott ha sospeso questo mese le nuove approvazioni per i nuovi data center, mentre i regolatori statali stanno verificando agevolazioni fiscali, proprietà e consumo idrico dei progetti in corso. La decisione arriva dopo le proteste di elettori conservatori di lunga data, in alcune delle zone più remote dello stato.
In Michigan, invece, il candidato repubblicano al Senato Mike Rogers si è allineato la settimana scorsa a una moratoria di un anno, di fatto convergendo con la posizione del suo avversario democratico Abdul El-Sayed.
BREAKING: I just signed an Executive Order implementing the strictest standards in the nation for AI data centers — because I will not allow Pennsylvanians to be bullied by greedy developers and bulldozed by the lawyers working for these big tech companies.
Effective… pic.twitter.com/n7WqwltJhZ
— Governor Josh Shapiro (@GovernorShapiro) August 18, 2026
Data center: la luna di miele è finita
I dati confermano che non si tratta di episodi isolati. Un’analisi del Washington Post su centinaia di politici di entrambi i partiti mostra che le dichiarazioni pubbliche dei repubblicani sui data center sono virate nettamente verso negativo negli ultimi sei mesi.
Due anni fa, quando solo un terzo degli americani aveva usato un chatbot di intelligenza artificiale, i parlamentari ne parlavano di rado. E quando lo facevano, era per celebrare l’arrivo di un impianto nel proprio collegio. Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, i post repubblicani sui data center sono più che raddoppiati nella prima metà dell’anno, e oltre il 90% era di tono positivo.
Il malcontento contro i data center non è nato in un solo schieramento. New York, come abbiamo raccontato lo scorso febbraio, con un disegno di legge democratico ha chiesto lo stop ai data center, perché “paghiamo noi il conto delle Big Tech”. Proposte di moratoria simili arrivavano già allora anche da repubblicani in altri stati.
Quello che cambia ora, in vista delle elezioni di metà mandato, è che a muoversi sono i repubblicani al governo, quelli con il potere di bloccare davvero i cantieri. Il senatore dell’Ohio, Jon Husted, che nel 2024 definiva i data center “essenziali per la nostra vita digitale”, ha presentato un disegno di legge per “proteggere gli americani dal pagare il conto dei nuovi data center”.
In Wisconsin, il candidato repubblicano al governatorato Tom Tiffany accusa il suo avversario democratico David Crowley di essere troppo morbido sui data center, dopo aver promesso però di eliminarne le agevolazioni fiscali.
Un sondaggio Annenberg a giugno e luglio, ha rilevato che quasi la metà degli americani si oppone fermamente a un data center nella propria zona: i politici, semplicemente, rincorrono un’opinione pubblica che si era già mossa.
Washington va nella direzione opposta
Mentre i governatori arretrano sul proprio territorio, l’amministrazione Trump si muove in senso contrario. A luglio l’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) ha stabilito che le centrali elettriche non collegate alla rete pubblica, e quindi costruite apposta per alimentare i singoli data center, non sono soggette all’Acid Rain Program. Questo sistema, in vigore dal 1990, limita le emissioni di anidride solforosa e ossidi di azoto delle centrali elettriche.
Il ragionamento dell’agenzia è tecnico: quel programma si applica alle centrali classificate come utility, cioè quelle che vendono energia sulla rete pubblica, mentre una centrale isolata non rientra in questa definizione. Peccato però che la turbina bruci lo stesso gas e produca le medesime emissioni, che sia collegata alla rete o no: a cambiare è soltanto la sorveglianza a cui è sottoposta, non l’inquinamento reale.
Gli altri obblighi del Clean Air Act restano in vigore, ma il livello di controllo più stringente, quello dell’Acid Rain Program, per queste centrali non si applica più.
Anche il governatore Abbott, pur repubblicano e alleato di Trump, non usa mezzi termini con le aziende: “Si sono scavate la fossa da sole”, ha detto, aggiungendo che meritano la reazione negativa che stanno affrontando per non aver cercato il sostegno delle comunità locali.
Trump intanto continua a spingere gli operatori a costruirsi la propria energia attraverso il suo Ratepayer Protection Pledge, ovvero l’impegno con cui le aziende si assumono i costi delle infrastrutture elettriche legate ai data center. Il risultato è che mentre Washington pensa a scaricare il costo delle bollette sulle aziende, i governatori repubblicani bloccano i cantieri.
Otto stati hanno già tagliato le agevolazioni fiscali per i data center nel 2026, altri diciassette ci stanno pensando. “I data center sono chiaramente sulla scheda elettorale in questo ciclo elettorale”, ha detto James Maloney, consulente per fondi di investimento.
Chi resiste, e chi ci guadagna
Non tutti i repubblicani hanno cambiato linea. Il senatore Bill Cassidy, in Louisiana, continua a difendere il data center di Meta nella sua contea, che porta gettito fiscale e bonus per gli insegnanti. Il deputato Eric Burlison, in Missouri, sposta il ragionamento sul piano geopolitico: “Chiedetevi a chi conviene che gli americani si rivoltino contro i data center. Conviene alla Cina”, ha scritto a giugno.
È un argomento che regge più di quanto sembri: a Pechino il consenso popolare non è un vincolo di cui il governo debba preoccuparsi, non ci sono elezioni di metà mandato da vincere né comunità che possono bloccare un cantiere con una mobilitazione locale. Ogni moratoria approvata in uno stato americano, ogni rallentamento imposto da un’amministrazione locale, è un vantaggio che Pechino incassa gratuitamente, senza aver fatto ufficialmente nulla per meritarselo.
Per quanto riguarda invece i possibili candidati alla presidenza del 2028, il silenzio è quasi generale. Il senatore democratico Jon Ossoff e il segretario di stato Marco Rubio, non risultano essersi espressi sui data center. L’unico post di JD Vance sull’argomento risale invece al 2021.
Il governatore della California, Gavin Newsom, prova invece la via di mezzo: deride Trump su X (“sta bruciando più carbone per far funzionare i data center, benvenuti nella Golden Age”), ma difende i cantieri come fonte di lavoro edile legittimo.
Il deputato Ro Khanna, che nel 2025 chiedeva più data center made in USA, un anno dopo parla di un fenomeno che “succhia il denaro nelle mani di pochi miliardari della tecnologia”. Pure a sinistra, insomma, la linea si sta ancora scrivendo. Ma il voto s’avvicina.
Fonti: Politico, Washington Post, Axios


