Un’unica istanza, un termine massimo di dieci mesi e tempi dimezzati per la valutazione di impatto ambientale. Il governo apre la corsia preferenziale ai data center con un provvedimento che insegue un obiettivo dichiarato: attrarre capitali e sbloccare la costruzione di infrastrutture digitali, oggi frenata da anni di attese.
La riduzione dei tempi solleva però il dubbio che le amministrazioni dispongano di uno spazio più ristretto per valutare progetti particolarmente complessi. Meno tempo per verificare gli effetti di impianti che possono assorbire grandi quantità di energia e, a seconda delle tecnologie di raffreddamento adottate, anche rilevanti risorse idriche.
Come funziona il procedimento unico
Al centro della riforma c’è il Procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di centri dati, il PUCD introdotto dall’articolo 8 del cosiddetto Decreto Bollette (il decreto legge 21 del 2026, convertito nella legge 49 dello scorso aprile).
Fino a ieri chi voleva costruire un data center doveva presentare istanze separate per ottenere i via libera edilizio, ambientale e paesaggistico, ognuno con i suoi tempi e i suoi uffici.
Ora la logica si rovescia: l’istanza viene gestita dall’autorità competente per l’Autorizzazione integrata ambientale, statale o regionale a seconda della classificazione del progetti.
Gli indirizzi operativi pubblicati a luglio dal MASE confermano che il procedimento deve concludersi entro dieci mesi dalla verifica di completezza della domanda. Il termine può essere prorogato soltanto in circostanze eccezionali e comunque per non più di tre mesi.
Il conto ambientale dei data center
Il punto più delicato riguarda proprio le verifiche ambientali. I termini per la valutazione di impatto ambientale vengono dimezzati, una scelta che il Ministero presenta come segnale di discontinuità con la lentezza del passato.
Sul piano industriale la promessa è chiara: chi investe sa quanto tempo dovrà aspettare. Sul piano della tutela del territorio il ragionamento cambia, perché parliamo di strutture che consumano centinaia di megawatt e quantità ingenti di acqua per raffreddare i server.
La norma consente inoltre di presentare inizialmente una soluzione di connessione temporanea in media tensione, rinviando l’integrazione del progetto definitivo. Negli indirizzi operativi il Ministero applica questa possibilità all’esempio di un centro dati oltre i 10 MW in attesa della soluzione di connessione individuata da Terna
L’impianto però può entrare in funzione soltanto alla potenza ridotta di quella connessione provvisoria, fino all’autorizzazione di quella definitiva.
La pressione dei 96 gigawatt
Le richieste di connessione dei data center alla rete elettrica nazionale hanno raggiunto, secondo Terna, i 96,28 gigawatt al 30 giugno, una cifra che dà la misura di quanto il mercato del cloud e dell’intelligenza artificiale prema sulle infrastrutture italiane.
Come abbiamo raccontato, la fame energetica dei centri di calcolo sta ridisegnando il rapporto tra tecnologia ed energia in tutta Europa, spingendo le utility a riconvertire vecchie centrali e a firmare contratti di fornitura da centinaia di milioni di euro.
L’Italia prova a inserirsi in questa corsa, cercando di trattenere investimenti che rischierebbero di andare altrove, e la leva scelta è la certezza dei tempi.
Investimenti contro territori
La riforma arriva mentre in Lombardia si moltiplicano le proteste locali contro alcuni nuovi progetti, con comitati locali preoccupati per il consumo di suolo, di acqua e di elettricità.
Il governo inquadra tutto nella cornice della competitività e della sovranità digitale, nel tentativo di ridurre il divario con Stati Uniti e Cina sulla capacità di calcolo.
Comprimere i tempi delle verifiche ambientali servirà probabilmente a rendere il Paese più attraente, ma sposterà il baricentro dalla prudenza alla velocità.
Se questa scelta si tradurrà in investimenti concreti o in conflitti con i territori lo diranno i prossimi mesi, quando le prime domande cominceranno ad arrivare sui tavoli del Ministero.
Fonti: indirizzi operativi MASE; Il Sole 24 Ore; L’Indipendente


