Ai dipendenti Meta di Singapore, i primi a scoprire il proprio destino, l’email di licenziamento è arrivata alle quattro del mattino ora locale. Poi è toccato al Regno Unito, poi agli Stati Uniti, seguendo il fuso orario come un domino di cattive notizie. Erano gli ottomila tagli annunciati da Meta lo scorso maggio, il dieci per cento della forza lavoro dell’azienda. Poche settimane dopo, sul palco del format di intrattenimento Complex “Idea Generation”, Mark Zuckerberg ha spiegato al pubblico che i timori di una disoccupazione di massa causata dall’intelligenza artificiale sono, in sostanza, infondati.
La superintelligenza personale di Zuckerberg
Il fondatore di Meta ha respinto l’idea che l’automazione porti inevitabilmente a una perdita netta di posti di lavoro. “Penso che le persone diano per scontato che sia inevitabile”, ha detto. “In realtà non credo che lo sia.”
Il ragionamento di Zuckerberg dipende da dove l’industria decide di puntare i propri strumenti più potenti. Invece di correre per “automatizzare tutto il lavoro di valore”, un riferimento neppure troppo velato a rivali come Anthropic e OpenAI, Zuckerberg dice di voler concentrare Meta sulla cosiddetta “superintelligenza personale”: un’intelligenza artificiale che lavora al fianco delle persone amplificandone i risultati, invece di sostituirle.
“Se alcune aziende si concentrano sul rendere le imprese più efficienti, mentre altre puntano su questa visione di superintelligenza personale, che potenzia i singoli e li rende più produttivi in ogni fase, allora credo che le cose andranno probabilmente bene”, ha detto Zuckerberg. La sua scommessa è che le persone riescano a restare più veloci del ritmo dell’automazione: se l’aumento di produttività individuale corre più rapido dei progressi delle aziende nell’automatizzare i processi, sostiene, il saldo netto sui posti di lavoro sarà positivo.
Il conto dei licenziamenti di maggio
Le parole di Zuckerberg arrivano a poche settimane da quei tagli. Erano stati i lavoratori di Singapore i primi a ricevere la comunicazione, appunto alle quattro del mattino locali, seguiti a ruota da Regno Unito e Stati Uniti secondo il proprio fuso orario. A farne le spese sono stati soprattutto il team Integrity, quello che si occupa di rimuovere contenuti dannosi e discorsi d’odio, oltre alla cybersicurezza e al design dei contenuti.
Ai dipendenti americani coinvolti Meta ha garantito sedici settimane di stipendio base come liquidazione, più altre due per ogni anno di anzianità. L’azienda ha inoltre cancellato i piani per assumere altre seimila persone e ha spostato settemila dipendenti verso ruoli legati ai flussi di lavoro sull’intelligenza artificiale. Nel memo interno, Meta aveva parlato di un “continuo sforzo per gestire l’azienda in modo più efficiente” e per compensare gli altri investimenti in corso, un riferimento neanche troppo implicito ai miliardi che il gruppo sta riversando su infrastrutture e ricerca sull’IA.
Le previsioni opposte di Amodei e Altman
Non tutti condividono la lettura di Zuckerberg sul futuro del lavoro. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha più volte avvertito che fino alla metà dei lavori impiegatizi di livello iniziale potrebbe sparire entro uno-cinque anni. Sam Altman di OpenAI ha invece assunto di recente una posizione più cauta, facendo notare che le previsioni più catastrofiche su una “apocalisse occupazionale” non si sono, almeno per ora, avverate.
Restano entrambe posizioni speculative, e nessuna delle due trova ancora conferma nei dati: l’impatto di lungo periodo dell’intelligenza artificiale sull’occupazione va quindi preso con le pinze, qualunque sia la fonte.
Il reboot dell’IA di Meta
Dietro la retorica sull’empowerment degli utenti c’è una preoccupazione molto più concreta per Zuckerberg: Meta insegue ancora la concorrenza nella corsa all’IA generativa. Il gruppo, un tempo forza trainante dei social media di consumo, si è mosso con più esitazione nell’era dei chatbot e dei grandi modelli linguistici.
Zuckerberg ha definito la svolta IA di Meta un “reboot”, inquadrando i miliardi di dollari investiti in nuova infrastruttura e nella caccia ai talenti come un nuovo inizio. I Superintelligence Labs dell’azienda, ha ricordato, hanno meno di un anno di vita. Il risultato più visibile finora è Muse Spark, il modello linguistico lanciato sotto la guida di Alexandr Wang, arrivato dopo l’investimento da 14 miliardi di dollari in Scale AI.
Alla domanda se fosse soddisfatto della posizione attuale di Meta nell’IA generativa, Zuckerberg ha risposto con la consueta irrequietezza competitiva: “Se mi aveste detto che saremmo stati al punto in cui siamo oggi in termini di progressi sui modelli, ne sarei stato molto felice. Ma visto che mi sono abituato alle buone notizie lungo il percorso, ora penso che dovremmo fare anche meglio.”
Chi non ci crede
Non tutti sono così indulgenti. L’ex dirigente di Facebook Chamath Palihapitiya ha dato un giudizio netto sulla corsa IA di Meta parlando con Axios, definendo “piuttosto improbabile” che l’azienda possa recuperare terreno sui concorrenti più avanzati. “Non conosco abbastanza bene l’organizzazione né capisco le dinamiche interne per spiegare perché abbiano fallito così clamorosamente”, ha detto. “Ma hanno fallito profondamente.”
I numeri interni raccontano una storia più complicata. Ad aprile, la trimestrale di Meta indicava un organico complessivo in crescita dell’1% su base annua, a quota 77.986 dipendenti. Il dato, però, è arrivato appena prima dei tagli di maggio che hanno eliminato ottomila di quei posti.
Sulla carta, Meta resta un gigante in espansione. Sul terreno, migliaia di ex dipendenti hanno scoperto in prima persona cosa significa quando un’azienda “diventa più brava ad automatizzare le cose” e decide che non serve più tutto quel personale. La scommessa di Zuckerberg è che gli stessi investimenti in IA che hanno giustificato quei licenziamenti finiranno per generare una forza lavoro più produttiva, e magari anche nuove forme di lavoro. Se questo risulti rassicurante per chi si trova dall’altra parte dell’ultima ristrutturazione di Meta, è tutta un’altra questione.
Fonte: IBTimes UK


