A febbraio, Leone XIV ha convocato il clero della Diocesi di Roma per una sessione di domande e risposte. A un certo punto, secondo Axios, ha detto una cosa semplice, quasi ovvia, eppure necessaria: i sacerdoti non devono usare l’intelligenza artificiale per scrivere le omelie.
“Pronunciare una vera omelia significa condividere la fede”, ha spiegato il papa. E l’IA “non sarà mai in grado di condividere la fede“. Niente like sui social, niente testi generati dalle macchine. La parola resta umana.
È un dettaglio che potrebbe sembrare minore ma non lo è. Dietro quella presa di posizione c’è una strategia più ampia che il Vaticano sta costruendo da mesi, con una coerenza e una velocità che molte istituzioni faticano a eguagliare.
La Chiesa cattolica ha deciso che l’era dell’intelligenza artificiale non è una questione tecnica da delegare agli esperti. È una questione anche di verità. Leone XIV ha così ereditato un’agenda digitale già avviata da papa Francesco e l’ha fatta propria.
Il framework del Vaticano
Il 23 dicembre 2024, l’ufficio del governatore della Città del Vaticano ha pubblicato un decreto con le linee guida sull’intelligenza artificiale. È in vigore dal 1° gennaio 2025 e le sue tredici pagine coprono principi etici generali, istruzioni operative per i singoli uffici e un elenco di divieti espliciti.
Il principio cardine è formulato in modo netto: “l’innovazione tecnologica non può e non deve mai sopravanzare o sostituire gli esseri umani”. La tecnologia deve servire la dignità umana, non comprimerla.
Sono vietati gli usi dell’IA che causino discriminazioni, manipolino le persone attraverso meccanismi subliminali, creino disuguaglianze sociali o compromettano la sicurezza della Città del Vaticano. Vietato anche tutto ciò che contrasti con “la missione del papa, l’integrità della Chiesa cattolica e il corretto funzionamento” degli enti vaticani.
Un passaggio merita attenzione particolare: gli uffici giudiziari possono usare l’IA solo per organizzare e semplificare la ricerca. L’interpretazione della legge, l’analisi delle prove, le sentenze restano “riservate esclusivamente al magistrato”. È un confine tracciato con precisione chirurgica: l’IA come strumento, mai come giudice.
Le regole si applicano anche a fornitori terzi, operatori e professionisti assunti temporaneamente. E tutti i contenuti (testi, musiche, foto, materiali audiovisivi) creati o riprodotti con l’IA devono essere etichettati con la sigla “AI”. La trasparenza non è un’opzione.
L’ufficio del governatore ha istituito una commissione di cinque persone, presieduta dal segretario generale, con tre compiti precisi: preparare le future leggi e regolamenti, fornire pareri sull’uso dei sistemi di IA, monitorarne l’impatto su persone, occupazione e ambiente.
Il contrasto col contesto generale è evidente. Mentre molti governi nazionali discutono ancora di come regolamentare l’IA, tra veti incrociati, lobbying industriale e compromessi al ribasso, un’istituzione bimillenaria, per vocazione custode della tradizione, ha già un framework operativo, una commissione attiva e l’obbligo di produrre normativa entro l’anno. Il confronto con le democrazie liberali è impietoso.
La “crisi della verità” e il peso dei deepfake
Dietro tutta questa attività c’è una preoccupazione concreta, che i leader della Chiesa esprimono con una franchezza insolita per un’istituzione tradizionalmente cauta. “Sono molto preoccupati per le fake news”, dice Andrew Chesnut, docente di studi cattolici alla Virginia Commonwealth University. “Il grado di contraffazione delle voci e dei video delle persone è aumentato in modo esponenziale.”
Thomas Ryan, teologo alla Loyola University di New Orleans, inquadra la questione in termini più ampi: l’IA “ha il potenziale per degradare la dignità umana”, e il Vaticano osserva con apprensione il divario che si allarga tra chi ha accesso alla tecnologia e chi ne è escluso.
Il Vaticano non può fermare l’intelligenza artificiale. Non può regolamentare OpenAI, non può imporre nulla a Pechino o a Washington. Ma può fare una cosa che nessuna azienda tecnologica sa fare altrettanto bene: parlare di verità con una voce che miliardidi persone ancora ascoltano.
L’autorità morale contro il potere delle macchine, contro i governi che preferiscono non disturbare i grandi player tecnologici, contro un’industria che cresce più in fretta di qualsiasi tentativo di regolamentarla.
Nel 2022, quando uscì ChatGPT, nessuno avrebbe scommesso che quattro anni dopo uno dei punti di riferimento più credibili nel dibattito sull’IA avrebbe potuto essere il papa.
Fonte: Axios


