Raramente una tecnologia ha pesato sull’umore di una generazione come l’intelligenza artificiale. Lo ha capito anche l’amministratore delegato di Google e Alphabet, Sundar Pichai, che salito sul palco dello stadio di Stanford ha tenuto un intero discorso senza nominarla una sola volta.
Non è bastato. Mentre veniva presentato, circa 200 laureati si sono alzati e hanno lasciato le tribune, tra fischietti e cori per la Palestina. A muoverli è stato Project Nimbus.
Il contratto al centro della protesta di Stanford
Project Nimbus è un accordo da 1,2 miliardi di dollari firmato nel 2021. Google e Amazon forniscono al governo israeliano servizi cloud e di IA, infrastruttura compresa. I termini fissati da Israele impediscono alle due aziende di sospendere i servizi sotto la pressione dei boicottaggi.
È da qui che nasce la contestazione. Per gli attivisti il contratto rende più efficiente l’apparato militare e di sorveglianza israeliano. Pichai, che proprio a Stanford si è laureato, ha proseguito il discorso mentre i manifestanti uscivano. La maggior parte della classe è rimasta seduta.
Una battaglia che Google conosce da dentro
Nell’aprile 2024 l’azienda aveva licenziato 28 dipendenti dopo i sit-in del movimento No Tech for Apartheid, nato proprio per chiedere la fine del contratto. Ne avevamo scritto e in quell’occasione Google aveva parlato di comportamenti inaccettabili.
A inizio 2025 è arrivato un secondo passaggio. Google ha cancellato l’impegno a non usare l’IA per armi e sorveglianza, come abbiamo raccontato in questo articolo. La protesta di Stanford colpisce quindi un’azienda che su questo terreno ha già fatto scelte di campo ben precise.
Perché Pichai ha tenuto fuori l’IA
Il silenzio di Pichai sull’intelligenza artificiale non è stato casuale. La stagione delle lauree 2026 ha già fischiato chi quel tema lo ha cavalcato. A maggio è toccato a Eric Schmidt all’Università dell’Arizona, contestato appena ha detto ai neolaureati che avrebbero contribuito a plasmare l’IA.
Pichai ha fatto l’opposto. Davanti a una platea di laureati in discipline diverse, dove un collega come Jensen Huang aveva potuto parlare di IA a una sala di ingegneri senza problemi, ha evitato del tutto l’argomento.
Sul podcast Hard Fork, qualche settimana prima, aveva anticipato la sua linea: “Sono sempre stato straordinariamente ottimista sulla prossima generazione. L’IA non cambia questo”.
Una tecnologia che non piaceai giovani
Dopo Schmidt, Pichai è la seconda vittima illustre della stessa diffidenza. La causa della protesta stavolta era Project Nimbus, non l’intelligenza artificiale. Ma il filo che lega i due episodi è lo stesso, e racconta due cose insieme. La prima è che la tecnologia ha smesso di essere uno spazio separato dalla politica.
Un contratto cloud ora decide se una platea di laureati resta seduta o lascia lo stadio. Un modello di IA finisce nei programmi elettorali. Un chip entra nei negoziati tra governi. È un fenomeno che fino a poco tempo fa sarebbe stato difficile immaginare.
La seconda è che una tecnologia nuova di solito trova proprio nei più giovani i suoi primi entusiasti: è successo con internet, con gli smartphone, con i social. Con l’IA sta accadendo il rovescio. Chi per età e competenze dovrebbe cavalcarla la guarda con sospetto, perché la vede come una minaccia al proprio futuro prima che come uno strumento col quale migliorarlo.
L’unico precedente che ci viene in mente è l’atomica. Anche allora una tecnologia veniva descritta come capace di cambiare il mondo e minacciarlo al tempo stesso, e anche allora furono i giovani a riempire le piazze contro di essa.
La differenza è che la bomba restava una tecnologia di Stato: i giovani potevano temerla e contestarla, ma non avrebbero mai potuto usarla. L’IA segue il percorso opposto: viene presentata come un’opportunità personale, uno strumento che proprio i più giovani, per età e dimestichezza col digitale, dovrebbero adottare prima di chiunque altro. E invece sono loro a contestarla.
Il parallelo, però, regge anche su un altro piano. Come per l’atomo, l’IA portata avanti senza badare ai rischi che paventano gli stessi che la sviluppano, con la logica del “se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri avversari”. Che poi, a ben guardare, dev’essere stata la stessa logica con cui Google ha rinunciato al suo divieto sull’IA per scopi militari.
Fonte: Independent


