“Qualsiasi scopo governativo lecito.” Quattro parole che racchiudono concetti molto più ampi. Google ha infatti siglato un accordo con il Pentagono che autorizza l’uso del suo modello Gemini su reti classificate senza che l’azienda possa opporsi a come la tecnologia viene effettivamente impiegata.
Il contratto stabilisce esplicitamente che Google non ha “alcun diritto di controllare o bloccare le decisioni operative governative lecite”. La stessa identica formula era già comparsa negli accordi analoghi firmati nelle settimane precedenti con OpenAI e con xAI di Elon Musk.
Ed è esattamente la clausola che Anthropic aveva rifiutato di sottoscrivere, ritenendola troppo generica: un’autorizzazione in bianco che, sosteneva la società di Dario Amodei, avrebbe potuto aprire la porta all’uso dell’IA per armi autonome e sorveglianza di massa dei cittadini americani.
Il Pentagono aveva risposto che un’azienda privata non può dettare condizioni su come lo Stato utilizza la tecnologia che acquista. Con la firma di Google, il quadro si completa: i tre principali fornitori di modelli di IA commerciali sono ora allineati alle stesse condizioni contrattuali.
La logica dichiarata dal Pentagono è quella della diversificazione: nessun monopolio, massima flessibilità operativa. In pratica, ogni fornitore sa che rifiutarsi significa cedere il campo agli altri.
Il salto nei sistemi classificati
Gemini era già presente nelle infrastrutture informatiche del Pentagono ma su sistemi non classificati. Che sono strumenti amministrativi, analisi di dati aperti, supporto operativo di routine.
I sistemi classificati sono invece un’altra cosa. Operano su reti fisicamente isolate da internet (i cosiddetti sistemi “air-gapped”), progettate per gestire informazioni che non devono mai uscire da un perimetro ristretto: localizzazione di obiettivi, rapporti di intelligence, pianificazione di operazioni militari, analisi di cybersicurezza offensiva.
Portare un modello di IA su queste reti significa renderlo disponibile non per compiti di supporto ma per attività che si collocano al cuore del processo decisionale militare.
Il contratto include alcune indicazioni orientative (l’IA non dovrebbe essere usata per sorveglianza di massa né per armi autonome senza supervisione umana) ma sono raccomandazioni, non vincoli: il governo può chiedere di modificare i filtri di sicurezza integrati nel modello, e Google non può opporsi se l’uso rientra nella legalità.
Cameron Stanley, responsabile dell’IA al Pentagono, ha dichiarato che Gemini sta già facendo risparmiare “migliaia di ore di lavoro a settimana” al personale militare. Un dato che descrive bene quanto rapidamente questa tecnologia stia diventando infrastruttura.
La dissidenza interna in Google
Nei giorni immediatamente precedenti alla firma, più di 700 dipendenti delle divisioni DeepMind, Cloud e altre aree dell’azienda hanno firmato una lettera aperta a Sundar Pichai chiedendo di rifiutare qualsiasi contratto classificato con il Pentagono. Tra i firmatari figurano oltre venti tra direttori e vicepresidenti.
“Vite umane si perdono già oggi a causa di usi impropri della tecnologia che stiamo contribuendo a costruire”, recita la lettera. “L’unico modo per garantire che Google non si associ a questi danni è rifiutare qualsiasi lavoro classificato”.
Google ha firmato lo stesso. Peraltro non è la prima volta che l’azienda si trova in questa posizione, e non è nemmeno la prima volta che sceglie di andare avanti nonostante la pressione interna.
Nel 2018, circa quattromila dipendenti firmarono una petizione contro il Project Maven, il programma del Pentagono per l’analisi di filmati di droni, e Google alla fine lasciò scadere il contratto.
Quella vicenda ha però un seguito meno noto: negli anni successivi, l’azienda ha centralizzato progressivamente il processo decisionale su questi temi e ha lavorato sistematicamente per contenere l’attivismo interno.
Nel 2024 abbiamo raccontato come, durante le proteste sul Project Nimbus, il contratto da 1,2 miliardi di dollari col governo israeliano, Google abbia licenziato 28 dipendenti che avevano occupato gli uffici aziendali, con il responsabile della sicurezza globale che ha comunicato internamente che comportamenti simili non sarebbero stati tollerati.
La lezione di Maven
Quando Google abbandonò il Project Maven nel 2018, il contratto valeva qualche milione di dollari. Palantir subentrò e nei sette anni successivi trasformò quello strumento di analisi visiva in Maven Smart System, una piattaforma integrata che oggi gestisce l’intero ciclo decisionale militare americano, dal rilevamento degli obiettivi alla pianificazione operativa, ed è stata designata dal Pentagono sistema ufficiale delle forze armate.
È un investimento che vale oggi 13 miliardi di dollari. Google si era ritirata per non perdere i suoi dipendenti ma ha perso una commessa particolarmente redditizia.
È difficile non leggere la firma di oggi anche alla luce di quella storia. Nel febbraio del 2025, Google ha rimosso dai suoi principi sull’IA il passaggio che escludeva esplicitamente lo sviluppo di tecnologie per armi e sorveglianza, citando “una competizione globale in corso per la leadership nell’IA”.
È stata una revisione silenziosa, passata quasi inosservata. E la firma con il Pentagono ne è la conseguenza operativa.
La Silicon Valley in uniforme
L’accelerazione impressa dal segretario alla Difesa Pete Hegseth da gennaio, quando ha annunciato che l’IA dovrebbe essere integrata in modo capillare in tutto l’apparato militare, sta producendo effetti concreti e veloci.
La settimana scorsa il Pentagono ha chiesto al Congresso 2,3 miliardi di dollari per espandere il Project Maven, il sistema gestito da Palantir che integra l’IA nell’analisi di intelligence e nella pianificazione operativa.
È un sistema che già usa modelli di Anthropic e che potrebbe dover cambiare fornitore se la disputa legale tra Anthropic e il Pentagono non trovasse soluzione.
Nel frattempo, in febbraio, Google ha silenziosamente abbandonato una gara da 100 milioni per lo sviluppo di tecnologia di controllo vocale per sciami di droni d’attacco autonomi, dopo una revisione etica interna.
Le distinzioni che Google traccia sono quindi efficaci, sebbene solo sul piano formale. Sulle reti classificate, dove il modello può essere applicato a “qualsiasi scopo governativo lecito”, quanto queste distinzioni reggano nella pratica è la domanda che i dipendenti hanno posto per iscritto. E che al momento è senza risposta.
Fonte: New York Times


