A quasi cento anni dalla sua nascita, aziende come McKinsey si trovano costrette a rispondere a una domanda che riguarda non solo il proprio futuro, ma quello di un intero settore: che cosa resta della consulenza quando l’IA può fare in pochi secondi ciò che prima richiedeva settimane di lavoro umano? La questione non è teorica. È operativa, quotidiana, organizzativa.
Ad affrontarla è il Wall Street Journal, che racconta come ad esempio l’intelligenza artificiale sia ormai entrata in ogni riunione del board McKinsey. Non è più solo una tecnologia da offrire ai clienti ma qualcosa che sta riplasmando dall’interno il modo in cui la società lavora, assume, definisce i propri servizi e dimensiona i suoi team.
McKinsey: dai consulenti agli agenti IA
Negli ultimi mesi, McKinsey ha ridotto l’organico globale da circa 45.000 a 40.000 dipendenti. Da una parte, per correggere l’ondata di assunzioni avviata durante la pandemia. Dall’altra, perché parallelamente ha introdotto 12.000 agenti di intelligenza artificiale, distribuiti all’interno delle varie practice per supportare il lavoro quotidiano.
Questi bot scrivono memo, sintetizzano ricerche, riassumono interviste e generano presentazioni. Il più utilizzato è quello che aiuta a scrivere nel classico “McKinsey tone of voice”, definito dall’azienda come “affilato, conciso e chiaro”.
Un altro agente molto richiesto verifica la coerenza logica degli argomenti e delle raccomandazioni sviluppate dai team. Secondo il managing partner globale Bob Sternfels, arriverà presto il momento in cui ci sarà un agente IA per ogni dipendente umano: “Continueremo ad assumere, ma costruiremo anche sempre più agenti”.
Cambiare per non scomparire
Nel settore della consulenza si parla apertamente di un cambio di paradigma. I clienti non cercano più solo consigli strategici: vogliono soluzioni pratiche, implementazioni tecniche e affiancamento continuo. “L’età dell’arroganza del consulente manageriale è finita”, ha dichiarato Nick Studer, CEO della società di consulenza Oliver Wyman.
E McKinsey, consapevole del cambiamento, sta spostando sempre più la propria offerta verso modelli a risultato, in cui il compenso è legato agli esiti concreti di un progetto.
Oggi circa il 40% del fatturato deriva da servizi legati all’IA e alle tecnologie emergenti. E non potrebbe essere diversamente: “Non puoi affidarti a chi non sta sperimentando almeno quanto te”, dice Sternfels. La sua visione è chiara: in futuro McKinsey continuerà ad assumere ma ogni dipendente dovrà lavorare in simbiosi con un agente intelligente.
Nel concreto, cambiano anche le dimensioni dei team. Dove prima un progetto strategico richiedeva un engagement manager e fino a quattordici consulenti, oggi può essere portato avanti con due o tre persone, affiancate da IA e strumenti di analisi avanzata.
L’IA, spiega Kate Smaje, partner incaricata di guidare la trasformazione, consente di eliminare il livello medio di competenza, lasciando spazio all’expertise autentica. “La risposta media ormai la può produrre la macchina. Ma l’expertise distintiva diventa ancora più preziosa.”
Per resistere alla rivoluzione digitale, McKinsey sta entrando anche in segmenti di mercato finora dominati da boutique firm, come la selezione e la formazione dei futuri leader aziendali.
Forte della sua reputazione come “fabbrica di CEO”, la società vuole mettere a disposizione dei clienti le stesse competenze che per anni ha coltivato al proprio interno. E nel reclutare nuovo personale, McKinsey cerca candidati capaci di apprendere rapidamente e lavorare in squadra. “Nel corso della carriera, dovrai imparare a un ritmo che non abbiamo mai visto prima”, afferma Sternfels.


