Sam Altman risponde all’articolo “incendiario” del New Yorker

by | 12 Apr 2026 | IA

Riassunto IA
  • Il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha subito un attacco incendiario alla sua abitazione di San Francisco, episodio seguito all’arresto di un uomo che minacciava di dare fuoco alla sede dell’azienda.
  • Una durissima inchiesta del New Yorker accusa Altman di manipolazione sistematica e disonestà nella gestione della governance di OpenAI, mettendo in dubbio la sua affidabilità etica.
  • Altman ha replicato con un blog post invocando una de-escalation della retorica e proponendo una visione di “proprietà diffusa” dell’intelligenza artificiale per evitare monopoli pericolosi.
Tempo di lettura: 3 minuti

La bottiglia molotov lanciata contro l’abitazione di Sam Altman non è stata solo un atto criminale isolato ma il sintomo brutale di una polarizzazione che sta superando i confini della tecnologia per approdare in quelli, ben più corporei, della realtà.

Tra i colpevoli di questa situazione, secondo Sam Altman, c’è anche il terremoto mediatico scatenato dal New Yorker. La testata ha pubblicato un’inchiesta che demolisce l’immagine del “filantropo illuminato”, descrivendo Altman come un manipolatore seriale, un leader dalla volontà di potere implacabile che avrebbe fatto della disonestà uno strumento di governo aziendale.

Il contrasto è netto: da un lato, la visione di un futuro guidato dal progresso; dall’altro, l’accusa di una “sociopatica mancanza di preoccupazione” per le conseguenze delle proprie azioni. Altman, di solito misurato e strategico, ha scelto di rispondere attraverso un post sul suo blog intitolato “Anche le parole hanno potere”. Il tono è cupo, risentito, ma anche calcolato.

Ammette di aver sottovalutato l’impatto della narrazione giornalistica, riconoscendo che, in un momento di “grande ansia per l’IA”, un articolo può diventare la scintilla che innesca esplosioni reali.

Altman e il peso delle omissioni

L’inchiesta firmata da Ronan Farrow e Andrew Marantz non si limita a raccogliere critiche ma scava nelle crepe della governance di OpenAI. Ed emergono dettagli inquietanti: Altman ad esempio avrebbe aggirato i protocolli di sicurezza interni, mentendo al consiglio di amministrazione sull’approvazione di funzioni critiche per ChatGPT-4 Turbo.

Il ritratto che ne deriva è quello di un uomo che cerca di piacere a tutti per poter meglio controllare ognuno. Un membro anonimo del board descrive una dinamica di inganno sistematico, volta a neutralizzare qualsiasi opposizione interna. Altman risponde a queste accuse con un “mea culpa” parziale, definendo il caos che portò al suo licenziamento e rapido reintegro nel 2023 come un “enorme pasticcio” causato dalla sua avversione per il conflitto.

In pratica, il CEO cerca di trasformare i suoi difetti caratteriali in incidenti di percorso di una “folle traiettoria”. Dichiara di essere una persona imperfetta al centro di una situazione eccezionalmente complessa.

Ma le accuse di aver fatto il doppio gioco politico, ad esempio chiedendo regolamentazioni severe a Washington mentre tentava di indebolire l’AI Act a Bruxelles, restano sullo sfondo, pesanti come macigni. Il contrasto tra la missione dichiarata di sicurezza e la realtà delle partnership militari col Pentagono rivela poi una mutazione genetica dell’azienda: da laboratorio di ricerca no-profit a colosso industriale orientato alla difesa e al primato strategico.

La sindrome di Tolkien

Per spiegare il dramma che sta dilaniando il settore, Altman ricorre a una metafora letteraria potente: l’Anello del Potere. Secondo il CEO, l’industria è vittima di una filosofia totalizzante che spinge i leader a voler essere gli unici a controllare l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI).

È una contraddizione alquanto evidente: l’uomo che guida l’azienda più vicina a creare questo potere assoluto mette in guardia contro il desiderio di possederlo. Altman sostiene che la soluzione sia “distruggere l’anello”, orientandosi verso una distribuzione democratica della tecnologia affinché nessuno possa esercitare un controllo monopolistico.

Questa posizione, però, stride con la realtà dei fatti. OpenAI rimane una struttura opaca, con un potere decisionale estremamente centralizzato nelle mani di Altman e di pochi investitori strategici come Microsoft.

Il CEO dichiara che non è giusto che pochi laboratori prendano le decisioni più importanti per il futuro dell’umanità, ma concretamente OpenAI continua a dettare i tempi e le regole della corsa agli armamenti tecnologici.

La promessa di condivisione sembra allora scontrarsi con la necessità industriale di mantenere un vantaggio competitivo spietato, alimentando quel “dramma shakespeariano” che Altman dice di voler de-escalare.

L’obbligo morale

Nella fase finale della sua difesa, Altman eleva il dibattito a dovere etico. Far progredire la scienza non è più solo business ma un “obbligo morale”. A ben guardare, pare una mossa retorica per blindare l’operato dell’azienda: se la tecnologia è un bene pubblico essenziale, chiunque la ostacoli si pone contro il progresso dell’umanità.

Altman invoca una risposta a livello di intera società per gestire la transizione economica imminente, ammettendo implicitamente che i modelli di IA non sono sicuri per natura ma richiedono una tenuta democratica che oggi sembra vacillare.

L’appello conclusivo è un richiamo alla calma. Altman chiede di abbassare i toni per avere “meno esplosioni in meno case, figurativamente e letteralmente”. È la chiusura di un cerchio che unisce la critica giornalistica alla molotov sul vialetto.

Ma resta un interrogativo di fondo: può il leader che ha costruito la propria ascesa su una “implacabile volontà di potere” essere lo stesso che guiderà la demolizione dell’anello? La sfida per OpenAI e per il suo fondatore non è più solo tecnica ma di credibilità.

Fonti: Sam Altman, TechCrunch

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