La mossa è chirurgica. OpenAI ha annunciato un nuovo livello di abbonamento a ChatGPT da 100 dollari al mese, pensato specificamente per potenziare l’utilizzo di Codex, il suo assistente per la scrittura di codice.
Il bersaglio dichiarato è Claude Code di Anthropic, che ha spinto il gruppo oltre i 30 miliardi di dollari di fatturato annualizzato. Numeri questi che hanno trasformato un segmento considerato di nicchia, gli strumenti per sviluppatori, nel nuovo campo di battaglia tra i grandi modelli di IA.
La struttura del nuovo piano è rivelatrice quanto il piano stesso. OpenAI ha scelto esattamente le stesse soglie di prezzo di Anthropic: 100 e 200 dollari mensili per i livelli più alti. Non è una coincidenza ma la conferma che la competizione si gioca anche sul posizionamento tariffario, oltre che sulle prestazioni tecniche. Chi vuole gli sviluppatori deve prima convincerli che il prezzo è giusto; e “giusto” significa allineato a quello del rivale.
Il mercato sta rispondendo. Codex conta già tre milioni di utenti settimanali, e Sam Altman ha annunciato che i limiti di utilizzo verranno reimpostati ogni milione di nuovi utenti fino a quota dieci milioni.
È una promessa di scalabilità ma anche una forma di pressione competitiva, un messaggio agli sviluppatori che il servizio reggerà la crescita. Messaggio che, come vedremo, non è scontato nemmeno per il rivale.
La narrativa di OpenAI
Contemporaneamente al lancio del nuovo piano, OpenAI ha inviato ad alcuni suoi investitori una nota riservata, poi visionata da Bloomberg, in cui rivendica un vantaggio strutturale su Anthropic sul fronte del compute, ossia della potenza di calcolo.
Il documento è stato redatto in risposta all’annuncio di Mythos, il nuovo modello di Anthropic, distribuito però solo a partner selezionati. OpenAI non perde l’occasione e suggerisce non senza malizia che quella distribuzione limitata non sia una scelta strategica, ma una necessità dettata da vincoli infrastrutturali.
È un’accusa velata, costruita su una fonte secondaria (un’analisi del blogger Ben Thompson) e non confermata da Anthropic. Ma il punto, più che la verifica, è la tempistica. I numeri che OpenAI porta a sostegno sono significativi: 1,9 gigawatt di capacità di calcolo disponibili nel 2025, il triplo rispetto all’anno precedente, contro 1,4 gigawatt stimati per Anthropic nello stesso periodo.
Le proiezioni al 2030 ampliano ulteriormente il divario dichiarato, con OpenAI che punta a 30 gigawatt contro i 7-8 attribuiti al rivale. “Anche all’estremo superiore di quell’intervallo, la nostra crescita è materialmente avanti e il divario si sta allargando”, scrive OpenAI. Va detto che si tratta di stime autoprodotte, non verificate da terzi.
Lo scontro culturale
Dario Amodei, CEO di Anthropic, aveva definito in un’intervista di fine 2024 l’approccio di certi competitor con una parola sola: “YOLO”, acronimo di “you only live once”, traducibile in “si vive una volta sola”. Un’espressione che evoca incoscienza e sprezzo del rischio e nella quale è difficile non leggere un riferimento a Sam Altman.
OpenAI ora cita quella dichiarazione e la rovescia: “Col senno di poi, quella cautela sembra meno una scelta disciplinata e più una sottovalutazione della velocità con cui sarebbe arrivata la domanda.” È uno scontro tra due filosofie che attraversa l’intero settore. Anthropic ha costruito la sua identità sulla prudenza: finanziaria, tecnica, etica. OpenAI ha scelto l’espansione aggressiva, raccogliendo miliardi di dollari in finanziamenti e pianificando circa 600 miliardi di dollari in data center e chip entro il 2030.
È una traiettoria che non prevede redditività per diversi anni, e che ha già incontrato qualche intoppo: ieri OpenAI ha sospeso un progetto infrastrutturale nel Regno Unito citando i costi dell’energia. Anthropic non è ferma. Ha impegni da 50 miliardi di dollari per data center negli Stati Uniti e ha appena ampliato la collaborazione con Broadcom e Google per accedere a 3,5 gigawatt di capacità aggiuntiva a partire dal 2027, con tre provider cloud attivi in parallelo.
“Stiamo assumendo il nostro impegno computazionale più significativo di sempre”, ha dichiarato il CFO Krishna Rao. La traiettoria è espansiva ma su tempi e modalità diverse da quelle di OpenAI. E con una possibile quotazione in borsa all’orizzonte, la pressione a dimostrare solidità infrastrutturale è destinata ad aumentare.
Meta e CoreWeave
La guerra tra OpenAI e Anthropic rischia di far sembrare il resto del settore uno spettatore. Non è così. Meta ha annunciato giovedì un nuovo accordo con CoreWeave da 21 miliardi di dollari per capacità cloud aggiuntiva, che si somma a un contratto già esistente da 14,2 miliardi firmato a settembre. Totale: oltre 35 miliardi di dollari verso un singolo fornitore, con scadenza fissata a dicembre 2032.
L’immagine è quella di un’azienda che cerca di recuperare credibilità tecnica dopo il lancio deludente di Llama 4, e che risponde con la leva che conosce meglio: la spesa. Il piano complessivo di Meta per l’IA nel 2026 arriva fino a 135 miliardi di dollari. L’accordo con CoreWeave non compra solo capacità generica: garantisce a Meta l’accesso prioritario ai chip Vera Rubin di Nvidia, la generazione successiva alla piattaforma Blackwell, con prestazioni dichiarate doppie rispetto all’attuale standard.
CoreWeave è diventata l’infrastruttura critica dell’IA americana. I suoi legami privilegiati con Nvidia la rendono il nodo attraverso cui passa l’accesso ai chip più avanzati, e i grandi player fanno a gara per assicurarsela.
Microsoft rappresenta ancora circa il 67% dei suoi ricavi ma Meta si sta rapidamente affermando come secondo pilastro. È la struttura del mercato dell’IA nel 2026: pochi fornitori strategici, moltissima dipendenza, capitali che si muovono in circuiti sempre più autoreferenziali. Chi arriva tardi, paga il doppio. Chi non arriva, resta fuori.


