C’è un trucco della comunicazione di crisi che funziona sempre: quando hai appena fatto qualcosa di discutibile, sii il primo a parlarne. Controlla la narrativa, scegli le parole, mostra il volto giusto. Se lo fai bene, la gente ricorderà la tua versione, non i fatti.
Sam Altman lo ha fatto alla perfezione sabato notte, lanciando su X un “Ask Me Anything” sul suo accordo con il Pentagono. Cinque milioni di visualizzazioni, migliaia di domande, risposte calibrate al millimetro.
Il messaggio, distillato: “condivido le stesse red line di Anthropic, critico la decisione del Dipartimento della Guerra, spero in una de-escalation”. Tutto vero, tutto sincero, tutto ineccepibile. Tranne per un dettaglio: mentre lo scriveva, il contratto era già firmato.
L’ultimatum
Per capire cosa sia successo bisogna tornare indietro di qualche giorno. La settimana scorsa il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha consegnato ad Anthropic un ultimatum: tre giorni per accettare che il Pentagono potesse usare Claude, il suo modello di IA, per “all lawful purposes”, senza le clausole restrittive che l’azienda di Dario Amodei si era autoimposta. Due clausole, per la precisione: niente sorveglianza domestica di massa, niente armi completamente autonome.
Anthropic ha rifiutato. “We cannot in good conscience accede to their request”, ha scritto Amodei in una dichiarazione pubblica, argomentando che i modelli di IA attuali non sono abbastanza affidabili per operare senza supervisione umana in contesti letali, e che l’intelligenza artificiale può trasformare dati pubblici innocui (geolocalizzazione, cronologia web, associazioni sociali), in un ritratto dettagliato della vita di qualsiasi cittadino, automaticamente e su larga scala.
La risposta del Pentagono è stata immediata e brutale. Emil Michael, sottosegretario alla Guerra, ha definito Amodei “a liar” con un “God complex” che vuole “personally control the U.S. Military”. Trump è intervenuto su Truth Social ordinando a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso dei prodotti Anthropic. Hegseth ha poi classificato l’azienda come “supply chain risk to national security”: la stessa designazione riservata a Huawei e Kaspersky, mai applicata prima a un’azienda americana.
Nei fatti, non si tratta solo della perdita di un contratto da 200 milioni di dollari. La designazione di supply chain risk significa che nessun appaltatore della difesa statunitense potrà più utilizzare i prodotti di Anthropic. Un’espulsione dall’intero ecosistema militare-industriale americano.
Il precedente venezuelano
La vicenda ha un antefatto che ne amplifica l’ironia. A gennaio, Claude era stato utilizzato dall’esercito americano nell’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas, attraverso la partnership di Anthropic con Palantir. Secondo il Wall Street Journal, il modello è stato impiegato durante l’operazione attiva, non solo nella sua preparazione.
Le policy di utilizzo di Anthropic proibiscono esplicitamente l’uso di Claude per facilitare la violenza, sviluppare armi o condurre sorveglianza. L’operazione in Venezuela ha comportato bombardamenti su più siti nella capitale, con un bilancio che il governo venezuelano ha quantificato in 83 morti, inclusi 47 soldati e 32 militari cubani.
La tecnologia di Anthropic, insomma, era già stata usata in guerra. Il Pentagono l’ha prima impiegata in un’operazione che apparentemente violava le stesse clausole dell’azienda, poi ha preteso la rimozione di quelle clausole, e infine ha punito Anthropic per non averle rimosse. È una sequenza che ha una sua logica spietata: prima si crea il precedente, poi si normalizza.
Il gioco delle tre carte
Arriviamo al venerdì sera. Poche ore dopo il bando di Anthropic, Sam Altman annuncia su X che OpenAI ha raggiunto un accordo con il Dipartimento della Guerra per dispiegare i propri modelli nella rete classificata del Pentagono. La tempistica parla da sola, ma è il contenuto dell’accordo a meritare attenzione.
Altman dichiara che le red line di OpenAI sono identiche a quelle di Anthropic: niente sorveglianza di massa, responsabilità umana nell’uso della forza, niente armi autonome. Ma c’è una differenza non di poco conto nel framing: dove Anthropic voleva che i divieti fossero scritti esplicitamente nel contratto come clausole operative, OpenAI ha accettato la formula “all lawful purposes” richiesta dal Pentagono, aggiungendo che le sue red line sono comunque “riflesse nella legge e nelle policy esistenti”.
I’d like to answer questions about our work with the DoW and our thinking over the past few days. Please AMA.
— Sam Altman (@sama) March 1, 2026
Tradotto: Anthropic voleva garanzie contrattuali vincolanti; OpenAI si è fidata della legge vigente. Lo stesso Altman, nell’AMA di sabato, ha ammesso di essere preoccupato che in futuro possa sorgere un contenzioso con il Pentagono su cosa sia effettivamente “lawful”: “Yes, I am. If we have to take on that fight we will, but it clearly exposes us to some risk.”
Il che conferma, in controluce, esattamente la tesi di Anthropic: il problema non è la legge di oggi ma il vuoto normativo di domani. Altman lo sa, lo ammette, e firma comunque.
Poi arriva il capolavoro comunicativo. Sempre nell’AMA, Altman scrive: “To say it very clearly: I think this is a very bad decision from the DoW and I hope they reverse it. If we take heat for strongly criticizing it, so be it.”
Poi difende Anthropic, chiede la de-escalation, si espone al rischio di irritare l’amministrazione. Nobile, coraggioso, ammirevole. Ma anche perfettamente funzionale: in una sola mossa ha i principi, il contratto e la narrazione. Accà nisciun è fess, scrivevo in un editoriale qualche mese fa.
Un dettaglio che vale la pena annotare: il cofondatore di OpenAI, Greg Brockman, risulta essere tra i principali donatori individuali ai super PAC pro-Trump. Il che potrebbe contribuire a spiegare perché il Pentagono ha accettato da OpenAI le stesse condizioni che aveva rifiutato da Anthropic.
Altman e l’effetto boomerang
Mentre Washington puniva Anthropic, il mercato la premiava. Nelle ore successive al bando, Claude è balzata dal 131° al primo posto nella classifica delle app gratuite più scaricate negli Stati Uniti sull’App Store, superando ChatGPT. Gli utenti gratuiti sono aumentati del 60% da gennaio, le iscrizioni giornaliere sono triplicate, gli abbonati paganti sono più che raddoppiati.
La cantante Katy Perry ha postato sui social uno screenshot del suo abbonamento Pro a Claude con un cuore sovrapposto. Quando una disputa sui termini d’uso dell’IA militare finisce nel feed di una popstar, significa che la questione ha oltrepassato i confini degli addetti ai lavori.
Il Pentagono voleva fare di Anthropic un esempio. Ne ha fatto un martire. Ma il martirio commerciale non cancella il precedente istituzionale. La vicenda Anthropic è il primo caso in cui un governo democratico punisce un’azienda tecnologica non per inadeguatezza tecnica, non per violazioni legali, ma per disallineamento politico. Il messaggio al resto dell’industria è cristallino: l’etica è tollerata finché non diventa un ostacolo operativo.
Google l’ha capito prima degli altri: l’anno scorso ha rimosso dal proprio codice etico l’impegno a non sviluppare IA per armi e sorveglianza. OpenAI ha eliminato “safety” dalla propria mission. La xAI di Elon Musk ha accettato la formula “all lawful purposes” senza battere ciglio, ottenendo anche l’accesso ai sistemi classificati. La corsa al ribasso etico è già in atto, e il bando di Anthropic ne è il segnale di partenza ufficiale.
Nel frattempo, centinaia di dipendenti di OpenAI e Google hanno firmato petizioni chiedendo ai rispettivi CEO di adottare le stesse limitazioni di Anthropic. Un segnale importante, che però rischia di restare simbolico: chi paga lo stipendio decide la linea, e la linea oggi la detta il Pentagono. E l’Europa guarda
E noi?
Per chi osserva dall’Europa, la vicenda ha un’implicazione diretta e scomoda. Al recente AI Summit di Nuova Delhi, sia gli Stati Uniti che la Cina hanno rifiutato di firmare la dichiarazione sull’uso militare responsabile dell’intelligenza artificiale, mentre diversi Paesi europei l’hanno sottoscritta. Un gesto nobile, che però rischia di restare lettera morta finché l’Europa non disporrà di modelli propri.
Oggi il continente dipende interamente da fornitori americani per l’infrastruttura di IA. Se la “sicurezza” di un fornitore dipende dalla sua relazione con l’inquilino della Casa Bianca, come ha dimostrato la settimana appena trascorsa, allora nessun contratto europeo con un’azienda di IA statunitense è al riparo dalla politica americana. Una variabile che il GDPR e l’AI Act non possono controllare.
La domanda che nessuno a Bruxelles sembra voler porre è allora semplice: cosa succede quando il prossimo fornitore di IA viene bandito non per ragioni di sicurezza ma per ragioni politiche, e i nostri sistemi ne dipendono?
Il prezzo della coscienza
La settimana che si è appena chiusa racconta allora una storia semplice, se la si guarda senza filtri. Un’azienda ha detto no al Pentagono per ragioni che il suo stesso concorrente ha definito giuste. È stata trattata come un nemico nazionale. Il concorrente ha ottenuto lo stesso accordo con le stesse condizioni, ne ha criticato la punizione su X, e sabato sera rispondeva alle domande del pubblico con cinque milioni di persone collegate.
Altman ha gestito la crisi con maestria. Ma in un editoriale su “In che mani siamo”, pubblicato qualche tempo fa su Substack, mi ero chiesto cosa succede quando i vertici della Silicon Valley prendono decisioni che riguardano tutti senza che nessuno possa dir loro di no. Oggi la domanda si è rovesciata: cosa succede quando è il governo a dire no a chi prova a mettere dei limiti?
L’ironia è che Anthropic, rifiutando di piegarsi, ha ottenuto dal mercato ciò che il governo le ha tolto: fiducia. Claude è al primo posto nell’App Store, i download triplicano, Katy Perry fa pubblicità gratuita. Ma la fiducia dei consumatori non paga i contratti militari, e i contratti militari sono la porta d’ingresso all’ecosistema che conta.
Sam Altman, intanto, fa damage control, e lo fa benissimo. Il che, a pensarci bene, è proprio il problema.


