Ci sono voluti pochi giorni. Il 28 febbraio OpenAI annunciava un accordo con il Pentagono per distribuire i propri modelli di IA sulle reti classificate delle forze armate americane.
Martedì 3 marzo, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Sam Altman comunicava ai dipendenti che l’azienda stava valutando un contratto anche con la NATO. Un’espansione rapida, quasi frenetica, e non priva di incidenti di percorso.
In quella stessa riunione, Altman aveva inizialmente parlato di reti “classificate” dell’alleanza atlantica. Una portavoce ha corretto quasi in tempo reale: si tratta, per ora, di reti “non classificate”.
Un lapsus rivelatore, che dice qualcosa sulla velocità con cui OpenAI si sta muovendo in questo settore — e forse sulla direzione in cui vorrebbe andare.
Prima Anthropic, poi OpenAI: una scelta politica
Per capire perché questo accordo conta, bisogna tornare a quello che è successo prima. Il Pentagono aveva già un fornitore di IA: Anthropic. Le trattative si sono incagliate perché Dario Amodei, CEO dell’azienda, aveva posto condizioni precise: i modelli di Anthropic non potevano essere usati per la sorveglianza di massa della popolazione americana né per sistemi d’arma completamente autonomi.
Il Pentagono aveva risposto di non avere queste intenzioni, ma di non voler rinunciare a nessun uso “legalmente consentito” dell’IA. Uno stallo. A quel punto è intervenuto Donald Trump, che ha ordinato alle agenzie federali di interrompere i rapporti con Anthropic, arrivando a definirla un “rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale”.
OpenAI è entrata quasi immediatamente e non è stato solo un cambio di fornitore: è stata una scelta politica, con OpenAI che ha accettato condizioni che il concorrente aveva rifiutato. Altman ha ammesso che la gestione dell’accordo è stata tutt’altro che impeccabile. “Non avremmo dovuto affrettarci”, ha poi scritto in un post pubblico, riconoscendo che la tempistica aveva fatto sembrare la mossa “opportunistica e sciatta”.
In una riunione con i dipendenti, ha definito la decisione “complessa ma giusta”, pur ammettendo “conseguenze molto negative per il brand nel breve periodo”. Una franchezza insolita, che però non ha cambiato i termini dell’accordo.
OpenAI ha cercato di circoscrivere le preoccupazioni etiche con una clausola specifica: i suoi sistemi “non saranno intenzionalmente utilizzati per la sorveglianza interna di cittadini americani”, e il Pentagono ha confermato che i servizi non saranno messi a disposizione di agenzie di intelligence come la NSA.
Garanzie messe nero su bianco, quindi. Ma chi verifica che vengano rispettate? Nel settore della difesa, i contratti raramente prevedono meccanismi di controllo indipendenti. E la storia recente, dai programmi di sorveglianza rivelati da Snowden in poi, non invita all’ottimismo.
Il Cloud Act e i dati NATO
Se l’accordo con la NATO dovesse concretizzarsi, il problema si sposterebbe oltre i confini americani. Le reti non classificate dell’alleanza gestiscono comunicazioni operative, coordinamento logistico e scambi istituzionali tra i 32 paesi membri, molti dei quali europei.
Parliamo di dati sensibili, anche se non di primo livello di intelligence. Dati che così transiterebbero su infrastrutture di un’azienda americana.
È qui che entra in gioco il Cloud Act, la legge del 2018 che obbliga le società tecnologiche statunitensi a fornire dati alle autorità americane su richiesta, indipendentemente da dove quei dati siano fisicamente archiviati. OpenAI è un’azienda americana. In teoria, un’amministrazione che volesse accedere ai dati trattati da OpenAI per conto della NATO potrebbe farne richiesta.
Non è un’ipotesi astratta: è esattamente il rischio che l’Unione Europea ha cercato di contenere con il GDPR e i successivi accordi sul trasferimento di dati transatlantici, accordi che restano fragili e contestati.
Nel contesto attuale, con un’amministrazione americana che ha già dimostrato di usare la leva governativa in modo aggressivo anche verso i propri partner, la domanda non è se questo scenario sia possibile. È se qualcuno in Europa stia davvero facendo i conti con quello che significherebbe.
Fonti: Reuters, Wall Street Journal


