Quando si apre una ricerca su Google, sempre più spesso le risposte che compaiono non sono i link ai siti di informazione, ma dei veri e propri riassunti generati dall’intelligenza artificiale.
Una comodità per gli utenti, certo, ma un problema enorme per chi quei contenuti li produce. Ed è qui che si inserisce la mossa di Penske Media, l’editore che controlla testate come Rolling Stone e The Hollywood Reporter, che ha deciso di trascinare Google in tribunale.
Secondo l’editore, gli AI Overview, che per chi non lo sapesse sono i riquadri con sintesi automatiche che compaiono sopra i link tradizionali, non solo attingono senza compenso agli articoli, ma finiscono per scoraggiare gli utenti dal cliccare sui siti di origine.
In questo modo, infatti, i lettori trovano già la risposta nella schermata iniziale e non hanno più motivo di visitare la pagina. Un effetto che, sempre secondo Penske, ha fatto crollare il traffico e ridotto del 30% i ricavi derivanti dai link affiliati per lo shopping online sui suoi portali. Nonché l’esatto opposto di quanto afferma Google.
La battaglia legale a Washington
Forse non casualmente, la denuncia è stata depositata presso il tribunale distrettuale federale di Washington, dove lo scorso anno un giudice aveva già riconosciuto a Google una posizione di monopolio nella ricerca online.
Penske ha infatti scelto di muoversi sul terreno dell’antitrust, sostenendo che il colosso di Mountain View stia sfruttando la propria posizione dominante per imporre agli editori una sorta di vicolo cieco.
Ma la soluzione alla vicenda è tutt’altro che scontata. Da un lato, se bloccassero Google, i siti perderebbero visibilità e verrebbero di fatto esclusi da internet. Dall’altro, permettendo a Google di indicizzarli, finiscono per alimentare lo stesso sistema di intelligenza artificiale che ne drena il traffico.
«Con ogni articolo pubblicato sui propri siti, PMC è costretta a fornire a Google ulteriore materiale di addestramento e di riferimento per i suoi sistemi di intelligenza artificiale, che lo usano per generare AI Overviews o perfezionare i modelli», ha denunciato l’azienda, descrivendo la situazione come “un incendio che minaccia l’intero business editoriale”.
Non solo grandi editori
Il caso di Penske Media non è isolato. Anche la piattaforma di formazione online Chegg, come abbiamo riportato lo scorso febbraio, ha intentato causa contro Google. E tra i querelanti c’è persino un piccolo quotidiano dell’Arkansas, l’Helena World Chronicle, che ha avviato un’azione collettiva. Segno questo che l’impatto degli “AI Overviews” si fa sentire a tutti i livelli, dalle start-up dell’educazione online ai giornali locali con risorse limitate.
Google respinge con forza le accuse. «Con gli AI Overviews, le persone trovano la ricerca più utile e la utilizzano di più, creando nuove opportunità per la scoperta dei contenuti», ha dichiarato il portavoce José Castañeda. «Ogni giorno Google invia miliardi di clic a siti in tutto il web, e gli AI Overviews indirizzano traffico a una più ampia varietà di siti. Difenderemo queste accuse prive di fondamento».
L’azienda sostiene inoltre che i clic provenienti dai riquadri con sintesi automatica siano “più di qualità”, perché gli utenti che scelgono di aprire i link trascorrono più tempo sui siti. Ma l’argomento non convince gli editori, che vedono ridursi le pagine viste e i ricavi.
La lotta per il copyright
Quanto scriviamo rientra in un trend di rilevanza crescente: diverse media company hanno già avviato cause simili contro altre società di intelligenza artificiale. The Wall Street Journal e il New York Post hanno fatto causa a Perplexity, mentre il New York Times si è schierato contro OpenAI e Microsoft.
Proprio in questo filone si inserisce il maxi-accordo con cui Anthropic, un’altra delle big dell’IA, ha accettato di pagare almeno 1,5 miliardi di dollari agli autori di mezzo milione di libri piratati, chiudendo così una disputa sul copyright.
Questi precedenti dimostrano che le grandi aziende tecnologiche sono disposte, se spinte, a riconoscere un valore economico ai contenuti che utilizzano per addestrare i loro modelli. La causa di Penske potrebbe quindi diventare un ulteriore tassello per stabilire regole più chiare nel rapporto tra IA e informazione.
La carica di Rolling Stone e delle sue sorelle
Penske ha coinvolto tredici delle sue testate, tra cui Billboard, Variety e Vibe, tra i querelanti. E lo studio legale che rappresenta la società è lo stesso che assiste il New York Times nella sua disputa con OpenAI.
Intanto, Google continua a spingere sull’integrazione dell’IA nei suoi servizi. Oltre al chatbot Gemini, la società ha introdotto l’opzione “AI Mode” accanto alla ricerca tradizionale e moltiplicato i casi in cui compaiono gli “AI Overviews”.
Una strategia che, se da un lato rende la ricerca più veloce per gli utenti, dall’altro alimenta le tensioni con chi quelle informazioni le produce.
La battaglia legale è appena iniziata ma il segnale è chiaro: l’industria dei media non è più disposta a subire in silenzio l’impatto dell’intelligenza artificiale. Ma per avere successo dovrebbe riuscire a fare a meno di Google, cosa che oggi non appare possibile.


