Mentre l’intelligenza artificiale ridisegna il mercato del lavoro a una velocità che le politiche pubbliche faticano a inseguire, la Rockefeller Foundation ha annunciato un impegno da 100 milioni di dollari in tre anni per aiutare i lavoratori statunitensi a restare al passo.
L’iniziativa, battezzata “Big Bet on Good Jobs for America”, nasce in un momento in cui il governo federale, con l’amministrazione Trump che ha tagliato programmi di riqualificazione e ridotto i fondi per il welfare lavorativo, si è sostanzialmente ritirato dal campo.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: creare 1,6 milioni di “buoni posti di lavoro” aggiuntivi in 250 comunità sul territorio nazionale. Per “buoni posti di lavoro” la fondazione intende ruoli stabili in settori come la sanità e l’alimentazione e la nutrizione. Ossia aree ad alta domanda, spesso trascurate dai grandi piani di sviluppo tecnologico ma essenziali per le economie locali.
Il programma si rivolge in particolare alle comunità dove il rischio di espulsione dal mercato del lavoro è già concreto o dove le perdite occupazionali legate all’automazione si sono già materializzate.
Come funziona: sperimentazione prima, scala dopo
La fondazione non procederà con una lista predefinita di destinatari. Il piano prevede di avviare la sperimentazione in un primo gruppo di venti o trenta comunità, selezionate in base alle condizioni strutturali del mercato locale (carenze di manodopera, domanda dei datori di lavoro, fragilità socioeconomica preesistente), per poi estendere ciò che dimostra di funzionare.
È un approccio metodologico che vuole prima testare su scala ridotta, misurare, infine replicare.
Gli strumenti previsti sono concreti: percorsi di formazione professionale, ampliamento dell’accesso all’assistenza all’infanzia (che per molti lavoratori è un ostacolo alla rioccupazione), e alleggerimento dei requisiti formali di credenziali, una delle barriere più silenziose ma efficaci all’ingresso in molti settori.
Una delle prime idee operative è coprire i costi iniziali di formazione per i lavori nel settore sanitario, abbassando la soglia d’accesso per chi non può permettersi di pagare di tasca propria mentre aspetta di essere riassunto.
La scala della Rockefeller Foundation
Derek Kilmer, ex deputato e oggi vicepresidente senior della Rockefeller Foundation, ha inquadrato l’iniziativa in termini storici: “Quando ci troviamo in questi momenti di profondo cambiamento economico, le società hanno una scelta: o aiutare le persone e i luoghi ad adattarsi, oppure subire le conseguenze per decenni”.
È una formulazione che non lascia molto spazio all’ambiguità. Kilmer ha anche sottolineato che parte del lavoro della fondazione esplora come l’IA possa essere uno strumento in grado di proporre soluzioni, per esempio accelerando le pratiche burocratiche per la costruzione di alloggi a prezzi accessibili.
Resta però il problema che nessun comunicato può sciogliere: 100 milioni di dollari in tre anni, su scala nazionale, sono una cifra modesta rispetto alla portata della transizione in corso. Non è una critica all’iniziativa in sé, sia chiaro, quanto piuttosto una scala della misura del problema.
Un dilemma che non riguarda solo l’America
La partita americana ha una rilevanza che va oltre i confini nazionali. Anche in Europa il dibattito su come gestire l’impatto occupazionale dell’IA è ancora in gran parte irrisolto.
Il Fondo Sociale Europeo e le politiche attive del lavoro esistono, ma la velocità con cui l’automazione sta ridisegnando interi comparti produttivi supera spesso la capacità di risposta istituzionale.
Il modello che la Rockefeller Foundation sta testando (sperimentazione locale, partenariato pubblico-privato, formazione mirata), non è una soluzione universale. Ma nelle prossime settimane dirà qualcosa di utile su cosa funziona e, in mancanza di risposte migliori, vale la pena guardare.
Fonte: Axios


