Tether, Nvidia, Amazon, Qualcomm. E poi Bosch, Schaeffler, la Banca europea per gli investimenti. La lista degli investitori che hanno messo 1,4 miliardi di dollari (circa 1,3 miliardi di euro) nella tedesca Neura Robotics tiene insieme un emittente di stablecoin con sede offshore, i giganti americani dei chip e del cloud, e due colonne della manifattura tedesca.
La raccolta valuta l’azienda intorno ai 7 miliardi di dollari, poco meno di 6,5 miliardi di euro, e la colloca tra le start-up di IA meglio finanziate del continente. Il capitale globale ma il progetto è venduto come un riscatto europeo.
La sovranità secondo Neura
David Reger, fondatore e amministratore delegato, mette la posta in termini esistenziali. L’obiettivo, dice, è sviluppare IA industriale “dall’Europa per il mondo”. E aggiunge: “Questa è l’ultima occasione per l’Europa di tornare davvero a produrre nel mondo… se possediamo lo stack dell’IA fisica e lo stack della robotica”.
La retorica è quella della sovranità tecnologica. Il capitale, in buona parte, arriva da fuori: Tether opera attraverso una galassia offshore, Nvidia, Amazon e Qualcomm sono americane.
Reger non nasconde la contraddizione, anzi la nomina lui stesso: scalare la produzione è il punto dove le aziende del continente non hanno mai tenuto il passo di Cina e Stati Uniti. “Questo è qualcosa in cui noi europei, secondo me, falliamo”, dice.
Cosa significa “IA fisica”
La scommessa ruota attorno a un’espressione che ricorre nelle presentazioni di Nvidia: “physical AI”. Non modelli che producono testo o immagini, ma modelli che controllano un corpo nello spazio reale, capaci di adattarsi all’ambiente e di apprendere movimenti più in fretta. È la frontiera su cui convergono Nvidia, Tesla e SoftBank, e dove i protagonisti restano la cinese Unitree e l’Optimus di Elon Musk.
Neura prova a inserirsi in un campo affollato, con i rivali cinesi che corrono sulla catena di fornitura integrata e sui prezzi (come avevamo raccontato in merito al World Robot Conference di Pechino) e gli americani che spingono sulla capacità produttiva.
L’azienda dichiara di voler passare a decine di migliaia di unità il prossimo, fino a milioni di braccia robotiche e umanoidi entro il 2030. Oggi però produce 6.000 robot.
Le palestre dove i robot imparano dagli umani
Il finanziamento andrà sulla piattaforma “Neuraverse” e su “palestre” digitali dove i clienti ingaggiano addestratori in tute per la cattura del movimento. Una persona preme un pulsante, posiziona un componente sulla linea, e quel gesto diventa dato.
Reger scommette che questo approccio scali più in fretta dei modelli che divorano grandi volumi di dati visivi. “In pratica stai mettendo a punto il modello in base al compito che dai al robot… puoi prendere la conoscenza e con un clic trasferirla ad altri robot”, spiega.
Anche Optimus era stato addestrato così, con operatori in tuta mocap e visori VR a registrare i movimenti. Poi, a metà 2025, Tesla ha mollato quel metodo per puntare solo sulle telecamere, convinta che i video permettano di raccogliere dati più velocemente.
Neura accetta oggi la scommessa che Musk ha abbandonato.
Bosch e Schaeffler, la manifattura che si reinventa
Il sostegno dei due fornitori tedeschi non è solo finanziario. Bosch e Schaeffler hanno accordi per sviluppare e installare gli umanoidi, e portano la loro competenza nell’ingegneria di precisione: ingranaggi e attuatori per le articolazioni dei robot, gli stessi componenti su cui hanno costruito decenni di automotive.
Per loro è un modo di aumentare i ricavi dalla robotica mentre il motore termico arretra. Per Neura, dice Reger, servono a “industrializzare tutto ciò che facciamo”.
Il portafoglio ordini supera il miliardo di dollari. McKinsey stima un mercato globale degli umanoidi fino a 28 miliardi entro il 2030, trainato all’inizio da compiti semplici.
L’Europa entra in pista con un’azienda valutata 7 miliardi e una capacità annua di 6.000 robot. La distanza tra le due cifre è il problema vero.
Fonte: Financial Times


