A marzo, Jensen Huang ha presentato sul palco una versione robotica di Olaf, il pupazzo di neve di Frozen. Intelligenza artificiale di Nvidia e Google, personaggio Disney, pubblico americano.
Tutto molto statunitense, tranne una cosa: senza i componenti del produttore cinese Unitree (motori e attuatori per il collo e le gambe) quel robot non si sarebbe nemmeno mosso. Perché Olaf è, nei fatti, un prodotto sino-americano, ed è la metafora perfetta di un’intera industria.
Gli Stati Uniti controllano infatti il “cervello” dei robot umanoidi: i chip più avanzati, i modelli di intelligenza artificiale, il software. La Cina controlla invece il “corpo”: motori, magneti, terre rare, riduttori di velocità, l’intera infrastruttura manifatturiera che trasforma un algoritmo in un essere che cammina.
Huang non lo nasconde. “La microelettronica cinese, i motori, le terre rare, i magneti, elementi fondamentali per la robotica, sono i migliori al mondo”, ha dichiarato in un podcast a marzo. “L’industria robotica mondiale dovrà dipenderne molto”.
È un’ammissione notevole, considerando che arriva dall’amministratore delegato dell’azienda americana più strategica nel campo dell’IA.
La scommessa di Tesla e il vincolo cinese
Tesla è il caso più rivelatore. L’azienda sta costruendo un team in Cina dedicato alla catena di fornitura di Optimus, il suo robot umanoide, e i suoi ingegneri hanno già visitato produttori cinesi di sensori, motori e componenti di precisione. L’obiettivo è la produzione di massa e Musk ha parlato di una linea da un milione di unità operative entro fine 2026.
Per arrivare a quella scala, però, Tesla ha bisogno di fornitori che producano componenti su misura a costi competitivi. E quei fornitori, in larga misura, sono cinesi.
La dipendenza è emersa in tutta la sua forza l’anno scorso, quando Pechino ha inasprito le restrizioni all’export di magneti in terre rare. Tesla ha dovuto ridisegnare parti di Optimus per ridurne l’utilizzo.
Le terre rare, minerali essenziali per i motori elettrici ad alta precisione, sono estratte e lavorate quasi esclusivamente in Cina, che ne controlla oltre l’80% della produzione mondiale. È una leva questa che Pechino può azionare in qualsiasi momento.
Per aggirare almeno in parte il problema dei dazi americani sulle merci cinesi, alcuni fornitori hanno già predisposto capacità produttiva in Thailandia e in altri paesi del Sudest asiatico, pronti a servire Tesla da lì. È lo stesso schema visto nell’elettronica di consumo negli ultimi anni: la produzione si sposta formalmente fuori dalla Cina ma la catena del valore rimane cinese.
Quest’anno Tesla ha avviato trattative con fornitori cinesi per ordini di sensori, motori senza nucleo e riduttori di velocità sufficienti a produrre migliaia di unità Optimus. Un produttore di viti ha ricevuto da Tesla un mandato preciso: ridurre le dimensioni, aumentare la durabilità del 25%, e comunque battere i prezzi europei del 25%.
“Una volta che avremo colmato il divario”, ha dichiarato un responsabile dell’azienda, “la nostra struttura di costi diventerà un vantaggio imbattibile”.
Ventotto robot contro dieci
Mentre Tesla insegue la scala produttiva, l’industria cinese corre già. L’anno scorso le aziende cinesi hanno lanciato 28 modelli di robot umanoidi, quasi il triplo rispetto ai concorrenti americani, secondo Morgan Stanley. Sussidi statali, una domanda interna in crescita e un ecosistema di fornitori integrato, permettono alle aziende cinesi di portare nuovi prodotti sul mercato in tempi che le rivali occidentali non riescono a eguagliare.
Unitree è l’esempio più citato. Tra i principali produttori sia di robot completi che di singoli componenti, l’azienda ha dichiarato di aver spedito oltre 5.500 umanoidi nel 2025 (per ricerca, istruzione e performance pubbliche), e punta a raccogliere circa 610 milioni di dollari con una quotazione in borsa a Shanghai prevista per quest’anno.
Nel documento depositato per l’IPO, l’azienda scrive: “La produzione su larga scala ha ulteriormente rafforzato il nostro potere contrattuale con i fornitori a monte, creando un vantaggio di costo sostenibile”.
Morgan Stanley stima che la catena di fornitura cinese possa ridurre il costo complessivo di un robot umanoide fino a due terzi. I componenti che governano il movimento (motori specializzati e ingranaggi), rappresentano circa il 55% del costo totale di un umanoide, secondo TrendForce. Chi li produce a minor costo, vince la gara del prezzo di vendita finale.
Il “Made in USA” che non regge all’esame
Washington è consapevole del problema ma non ha ancora una risposta. A febbraio, un gruppo bipartisan di parlamentari ha proposto una legge per istituire una commissione che valuti la competitività americana nella robotica, citando esplicitamente i rischi legati alla catena di fornitura.
Nel frattempo, Pechino ha già una strategia: nel 2023 ha fissato l’obiettivo di una filiera domestica resiliente per gli umanoidi entro il 2027, e a febbraio ha pubblicato il primo set di standard nazionali di settore.
L’IA incarnata, ossia la fusione di intelligenza artificiale con sistemi fisici capaci di agire nel mondo reale, è stata inserita tra i sei settori industriali del futuro su cui la Cina intende costruire la propria crescita economica nel prossimo quinquennio.
Il contrasto tra retorica e realtà è diventato visibile anche alla Casa Bianca. A marzo, Melania Trump ha camminato fianco a fianco con Figure 03, il più recente umanoide di Figure AI, durante un vertice sull’istruzione.
“Sono Figure 03, un umanoide costruito negli Stati Uniti d’America”, ha annunciato il robot. Costruito negli Stati Uniti, ma con pezzi cinesi. Proprio come Olaf.3
Fonte: Wall Street Journal


