Qualche settimana fa, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Friedrich Merz ha detto una cosa molto netta: la Cina “sfrutta sistematicamente le dipendenze altrui” e “sta reinterpretando l’ordine internazionale per adattarlo ai propri scopi”.
Giovedì scorso, lo stesso Merz era ad Hangzhou, seduto a tavola con il CEO di Alibaba, il fondatore di Unitree Robotics e i vertici di altre otto aziende cinesi tra robot umanoidi, veicoli elettrici e intelligenza artificiale. Si è anche messo in testa gli occhiali con IA della startup Rokid e ha assistito a una dimostrazione di umanoidi che danzano e fanno arti marziali.
Non è una contraddizione accidentale. È la contraddizione strutturale che attraversa la Germania e, in misura diversa, tutta l’Europa nei rapporti con Pechino.
Il segnale a Trump vale quanto la visita
La tappa ad Hangzhou ha chiuso il primo viaggio ufficiale di Merz in Cina da cancelliere. La scelta della città non è casuale: Hangzhou è la capitale tecnologica della Cina orientale, sede di Alibaba e di un ecosistema che guarda direttamente alle industrie in cui la Germania vuole restare competitiva. Ossia robotica, auto elettriche, manifattura avanzata. Non un viaggio diplomatico di cortesia, ma una ricognizione industriale.
La visita ad Hangzhou sembra pensata anche per rafforzare la posizione di Merz al tavolo con Trump, un incontro che si terrà in queste ore all’Oval Office. Il messaggio, non detto ma leggibile, è quello classico della leva negoziale: la Germania ha alternative e può fare affari con Pechino. Non dipende solo da Washington.
È però una mossa rischiosa, perché presuppone una libertà di manovra che Berlino non ha del tutto.
Merz: dipendente dalla Cina che critica
La Germania è il paese europeo con la maggiore esposizione economica verso la Cina. Auto, macchinari, chimica: le sue industrie di punta dipendono dal mercato cinese tanto quanto da quello americano. Usare Pechino come carta negoziale con Washington significa giocare su un fronte in cui si è già vulnerabili.
Merz lo sa e a Monaco ha avvertito che nella “era delle grandi potenze” la libertà europea “non è più scontata”. Ha anche parlato di sacrifici necessari, di dipendenze da ridurre, di un ordine internazionale che “non esiste più”. Poi però ha preso un aereo per Hangzhou.
La realtà industriale tedesca non lascia dunque molto spazio alla coerenza retorica. Le aziende di Hangzhou (Unitree nei robot umanoidi, Geely e Leapmotor nei veicoli elettrici, Rokid nell’hardware con IA), rappresentano settori in cui la Cina ha accumulato un vantaggio tecnologico reale. Ignorarle sarebbe un lusso che la Germania non può permettersi.
La Cina tech che l’Europa non può ignorare
Unitree Robotics è diventata negli ultimi due anni il simbolo globale della robotica umanoide cinese. I suoi robot agili, relativamente economici rispetto ai concorrenti americani e già impiegati in contesti industriali, hanno reso virale l’idea che la Cina non stia solo inseguendo l’Occidente su questa tecnologia, ma che stia dettando il passo.
Wang Xingxing, il suo fondatore, ha accolto Merz con una dimostrazione pensata esattamente per impressionare: umanoidi in movimento, non macchine ferme in una vetrina.
Il formato dell’incontro (pranzo, foto di gruppo, dimostrazioni pratiche, dichiarazioni di apertura alla collaborazione da entrambe le parti) è quello della diplomazia industriale, non della trattativa politica.
Merz ha incontrato i rappresentanti di dieci aziende in un’unica sessione, costruendo un’agenda che suona come un catalogo delle tecnologie che determineranno la competitività manifatturiera del prossimo decennio.
A Pechino, prima di spostarsi ad Hangzhou, ha già visto i vertici di Xiaomi, Nio e JD.com, e ha assistito a una dimostrazione di guida autonoma Mercedes-Benz sviluppata con la startup cinese Momenta.
Il messaggio che ha portato a casa (e che sta portandoo agli americani) è che l’industria tedesca è già dentro l’ecosistema tecnologico cinese. Non come spettatore.
La Germania, tra Monaco e Hangzhou
Il problema di fondo, che la visita mette in luce senza risolverlo, è che la Germania sta cercando di occupare una posizione che nella nuova geopolitica è sempre più difficile da tenere: né allineamento totale con Washington né avvicinamento a Pechino, ma un equilibrio dinamico tra i due.
Merz ha detto a Monaco che “nell’era delle grandi potenze nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da agire da soli”. È una frase rivolta a Trump. Ma vale anche per la Germania.
Berlino non è abbastanza grande da permettersi una strategia autonoma. Dipende dalla NATO per la sicurezza, dagli Stati Uniti per la tecnologia militare e digitale, dalla Cina per quote significative del suo mercato export.
Quando Merz prova gli occhiali di Rokid ad Hangzhou, non sta scegliendo la Cina contro l’America. Sta cercando di tenere aperte tutte le porte possibili. È pragmatismo, più che visione, e la differenza nei prossimi mesi potrebbe diventare visibile.
Fonte: South China Morning Post


