Quello che stiamo per scrivere è un articolo che è un po’ un cortocircuito. Nel senso che riprende un pezzo di The Verge, che nell’analizzare Perplexity paventa gli stessi rischi che abbiamo paventato noi quanto abbiamo scritto di Arc e di AI Overview di Google.
Ossia, che questi nuovi “motori di risposte” rischiano di uccidere l’editoria.
Perplexity è una startup tecnologica che sta sviluppando un nuovo tipo di motore di ricerca basato sull’intelligenza artificiale. Si definisce appunto un “motore di risposte”, piuttosto che un tradizionale motore di ricerca, e il suo obiettivo è fornire direttamente risposte elaborate alle richieste degli utenti, invece di rimandare a una lista di link come fa Google.
L’azienda sta raccogliendo centinaia di milioni di dollari in finanziamenti per sfidare il dominio di Google nel settore delle ricerche online e utilizza l’intelligenza artificiale per aggregare e rielaborare informazioni da varie fonti sul web.
Il CEO dell’azienda, Aravind Srinivas, afferma che la priorità di Perplexity è la “concretezza e l’accuratezza” delle risposte. Tuttavia, questa strategia rischia di danneggiare gravemente l’ecosistema dell’informazione online.
Aggregando e rielaborando contenuti di terzi, Perplexity priva le fonti originali di traffico e introiti pubblicitari. E come se ciò non bastasse, Perplexity è accusato di violazione sistematica del copyright e di elusione dei paywall.
Un’inchiesta di Forbes ha infatti rivelato che Perplexity ha aggirato le protezioni della testata per riassumere un suo articolo premium, appropriandosi persino dell’illustrazione originale. Wired ha confermato che non si tratta di un caso isolato: il servizio ignora sistematicamente i codici robots.txt che dovrebbero impedire lo scraping dei siti. Non bastasse, Perplexity ha plagiato lo stesso articolo di Wired in cui veniva denunciata la sua spregiudicatezza.
La replica di Srinivas è che non colpa della sua società ma degli “scraper di terze parti” che ignorano i divieti di raschiamento dei dati. Software, però, dei quali si serve. Questa risposta non solo non ha convinto gli osservatori ma ha sollevato ulteriori dubbi sull’etica aziendale della compagnia.
Ma siccome il suo CEO ha ammesso di aver creato in passato uno strumento per fare scraping da Twitter fingendo di essere un ricercatore accademico che utilizzava l’accesso all’API per la ricerca, i dubbi possiamo considerarli certezze.
È inutile dire che questi comportamenti minano le fondamenta della fiducia su cui si basa il web. E che la formula di Perplexity sembra basarsi più sull’aggiramento delle regole che su reali innovazioni tecnologiche.
Resta da vedere se gli organi regolatori e gli investitori prenderanno posizione di fronte a queste pratiche controverse.


