“Tasse, obiettivo 5 miliardi“. Così titola oggi La Repubblica mentre ci apprestiamo a scrivere questo articolo e il nostro pensiero va a OpenAI, che qualche giorno fa in poche ora di miliardi ne ha raccolti il doppio.
Non siamo qui però per scrivere un articolo retorico sulle valutazioni sproporzionate della tecnologia rispetto alle ben più modeste somme con le quali le nazioni devono fare i conti. Piuttosto, vogliamo rispondere a una domanda che, immaginiamo, molti di voi si saranno posti.
Perché OpenAI ha bisogno di così tanti soldi?
OpenAI: più spesa che resa
La risposta è che l’intelligenza artificiale ha un costo esorbitante, e la rivoluzione in atto richiede risorse economiche impressionanti per poter crescere.
Il recente round di finanziamento da 6,6 miliardi di dollari raccolto da OpenAI non è solo un record nel mondo del venture capital, ma rappresenta anche una necessità impellente per la società che ha creato ChatGPT.
Il perché è presto detto: lo sviluppo, l’addestramento e il mantenimento di modelli di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT richiedono enormi quantità di potenza di calcolo, energia e dati, costi che continuano a salire di pari passo con la domanda di questo tipo di tecnologia.
E le aziende tecnologiche, in particolare quelle che operano nel campo dell’intelligenza artificiale, non possono permettersi di rallentare.
Se Google, principale rivale di OpenAI, può contare su profitti che si aggirano intorno ai 100 miliardi di dollari l’anno e su una riserva di liquidità altrettanto impressionante, OpenAI deve invece dipendere dalla generosità di investitori privati.
Il sostegno di giganti come Microsoft, Nvidia e Thrive Capital è vitale per mantenere l’azienda competitiva in un settore in cui la potenza di calcolo e la capacità di attrarre talenti sono determinanti.
Il nodo centrale, tuttavia, è che OpenAI non può fermarsi qui.
Costretta a correre
Nonostante l’enorme successo di ChatGPT, che da aprile ha visto un’esplosione di utenti raggiungendo i 350 milioni di visitatori mensili, questi numeri rappresentano al contempo una sfida finanziaria.
Ogni nuovo utente, infatti, non solo aggiunge valore alla piattaforma, ma aumenta anche i costi operativi: più utenti significano maggiori richieste di potenza di calcolo, più energia consumata e più infrastrutture da mantenere.
E sebbene OpenAI preveda di generare 3,7 miliardi di dollari quest’anno, l’azienda è destinata a perdere circa 5 miliardi, secondo quanto riportato dal New York Times.
La crescita, pur straordinaria, è accompagnata da costi ancora maggiori: l’addestramento di nuovi modelli di intelligenza artificiale può costare fino a 3 miliardi di dollari l’anno, mentre il mantenimento dei servizi in funzione, come ChatGPT, aggiunge altri 4 miliardi di spese.
È interessante notare che gran parte di questi fondi torna nelle casse di Microsoft, che ospita l’infrastruttura cloud di OpenAI.
La pressione per mantenere talenti all’interno dell’azienda è un’altra fonte di costi significativi. Il mercato dell’intelligenza artificiale è competitivo e attrarre i migliori ricercatori e ingegneri ha un prezzo sempre più elevato.
OpenAI ha già più che raddoppiato il suo personale, con un incremento di 1.000 dipendenti solo nell’ultimo anno.
Sguardo al futuro
La domanda, quindi, non è solo perché OpenAI abbia bisogno di miliardi, ma anche come intenda rendere questi investimenti sostenibili nel tempo. La sfida per Sam Altman sarà, nei prossimi mesi, riuscire a mantenere il ritmo di innovazione senza compromettere la stabilità finanziaria dell’azienda.
Una delle possibili soluzioni, per alcuni, potrebbe essere l’integrazione della pubblicità in ChatGPT, un cambiamento che non sarà esente da polemiche ma che potrebbe alleggerire il peso dei costi.
In un’epoca in cui le aziende tecnologiche sembrano sempre più grandi e le somme in gioco sempre più inarrivabili, OpenAI rappresenta un caso emblematico di quanto l’innovazione possa essere affascinante ma anche dispendiosa.
E mentre ci avviciniamo a un futuro sempre più dominato dall’intelligenza artificiale, il vero interrogativo rimane: chi sarà in grado di pagare il conto?


