Un domani non sarà più Mark Zuckerberg in persona a rispondere alle domande dei dipendenti di Meta. Sarà invece una sua versione digitale, tridimensionale, fotorealistica, alimentata dall’IA e addestrata sui suoi modi di fare, sul suo tono, sulle sue dichiarazioni pubbliche e sul suo pensiero sulle strategie aziendali.
L’obiettivo dichiarato è che i dipendenti possano sentirsi più vicini al fondatore anche senza incontrarlo direttamente. Il progetto, riportato nientemeno che dal Financial Times, è in fase iniziale ma Zuckerberg (ovviamente) è personalmente coinvolto. Sta infatti addestrando e testando il proprio avatar, che potrebbe offrire conversazioni e feedback ai collaboratori.
Vale la pena chiarire subito una distinzione che il pezzo originale introduce ma non approfondisce: questo avatar è un’altra cosa rispetto al cosiddetto “CEO agent” su cui Meta sta lavorando in parallelo. Quello è uno strumento funzionale che recupera informazioni e supporta Zuckerberg nel suo ruolo operativo. L’avatar è altro: è una rappresentazione, un interlocutore, quasi una presenza simbolica del fondatore all’interno dell’organizzazione.
Fotorealismo e limiti tecnici
I Superintelligence Labs di Meta, la divisione interna creata per concentrare le ambizioni più avanzate dell’azienda sull’IA, stanno esplorando una nuova generazione di personaggi digitali. E la direzione è quella del fotorealismo: non avatar stilizzati ma riproduzioni in tempo reale credibili quanto una videochiamata.
Il problema è che questa credibilità ha un costo computazionale elevato. Raggiungere un livello di realismo sufficiente richiede una quantità di potenza di calcolo difficile da scalare, e il rischio di ritardi nelle interazioni, anche minimi, è sufficiente a rompere l’illusione.
Meta sta lavorando anche sulla componente vocale: l’anno scorso ha acquisito due aziende specializzate in sintesi vocale, e il personaggio di Zuckerberg verrà addestrato anche sulla sua voce, oltre che sulla sua immagine.
Un percorso già accidentato
Meta non è nuova ai personaggi IA. Nel 2023 aveva lanciato una serie di chatbot con personalità ispirate a celebrità, poi aveva aperto uno studio per permettere ai creator di costruire versioni digitali di se stessi da mettere a disposizione dei fan.
L’idea era ambiziosa ma l’esecuzione ha incontrato qualche ostacolo: sono emerse segnalazioni di utenti che generavano personaggi con contenuti esplicitamente sessuali, con preoccupazioni immediate sia dal pubblico che dai regolatori sulla tutela dei minori. Da gennaio, Meta ha ristretto l’accesso degli adolescenti a questi strumenti.
Questo precedente ha un peso perché significa che Meta sa già cosa può andare storto quando si mettono in circolazione personaggi digitali senza controlli sufficienti. L’avatar del CEO è un contesto più chiuso, rivolto ai dipendenti, non al pubblico, ma le questioni di rappresentazione, controllo dell’immagine e possibili distorsioni nel comportamento del personaggio restano aperte.
La pressione sui dipendenti di Zuckerberg
Mentre Meta costruisce il proprio CEO digitale, i dipendenti in carne e ossa guardano con qualche preoccupazione a quello che sta succedendo attorno a loro. L’azienda sta spingendo sull’adozione interna dell’IA, coi lavoratori che sono incoraggiati a usare strumenti agentici per automatizzare i propri compiti.
Ai product manager, in particolare, viene chiesto di sottoporsi a un “esercizio di valutazione delle competenze” che include un test di progettazione di sistemi e un esercizio di “vibe coding”, la pratica di generare codice attraverso prompt in linguaggio naturale, senza necessariamente scriverlo riga per riga.
Meta dice che l’esercizio non è obbligatorio e serve a capire dove intervenire con formazione aggiuntiva. Ma alcuni dipendenti lo leggono diversamente, ovvero come un modo per mappare chi è sostituibile e chi no.
Non è una lettura irragionevole, in un settore che negli ultimi due anni ha tagliato decine di migliaia di posti di lavoro giustificando i licenziamenti proprio con l’efficienza portata dall’IA.
Il modello che verrà
Se l’esperimento con l’avatar di Zuckerberg funzionerà, Meta potrebbe aprire lo stesso strumento a influencer e creator: ognuno con il proprio doppio digitale, disponibile ventiquattro ore su ventiquattro per rispondere ai fan. È la logica che Meta ha già esplorato con l’AI Studio, portata però un passo più avanti.
C’è qualcosa di circolare in tutto questo. Un’azienda che costruisce strumenti per moltiplicare le presenze digitali delle persone, inizia moltiplicando quella del proprio fondatore. Il laboratorio, stavolta, è insomma Meta stessa.
Fonte: Financial Times


