A partire dal 15 giugno, gli utenti dei visori Quest non potranno più accedere a Horizon Worlds. Niente nuovi mondi da costruire, niente aggiornamenti, niente accesso alla piattaforma VR che Meta aveva messo al centro della sua scommessa sul metaverso.
L’esperienza sopravviverà solo sull’app mobile. È un fuori catalogo, non una migrazione. E il tempismo non è casuale: a gennaio Meta ha eliminato 1.000 posti di lavoro in Reality Labs, la divisione responsabile dei visori e dei contenuti immersivi, chiudendo anche diversi studi dedicati al gaming in VR.
Meta e la scommessa da quaranta miliardi
Per capire cosa significhi questa chiusura, bisogna ricordare cosa rappresentò l’annuncio opposto. Era l’ottobre 2021 quando Mark Zuckerberg salì sul palco per annunciare che Facebook sarebbe diventata Meta.
Non era un rebranding cosmetico, era una ridefinizione dell’identità aziendale attorno a una visione precisa. Il metaverso (ambienti virtuali immersivi in cui lavorare, socializzare, giocare), sarebbe stato il prossimo grande capitolo di internet. Zuckerberg ci credeva abbastanza da mettere il nome dell’azienda sul tavolo.
Tra il 2021 e il 2024, Meta ha investito oltre 40 miliardi di dollari in Reality Labs, accumulando perdite operative annue superiori ai 13 miliardi. Il mercato non ha mai smesso di essere scettico. Gli investitori hanno spinto per anni affinché quei capitali venissero riallocati.
I gruppi per la tutela dei minori hanno sollevato allarmi sull’esposizione dei più giovani a comportamenti inappropriati all’interno delle stanze virtuali di Horizon Worlds. Il prodotto non ha mai trovato una massa critica di utenti disposti a indossare un visore per incontrarsi tra avatar.
Quando la visione incontra la realtà
Il problema di Horizon Worlds non è stato solo tecnico. Probabilmente è stato anche antropologico. L’ipotesi alla base del metaverso, ossia che le persone avrebbero voluto abitare spazi digitali immersivi come alternativa alla vita reale o al web bidimensionale, si è scontrata con abitudini d’uso molto più radicate e molto meno spettacolari.
I visori VR sono rimasti un prodotto di nicchia, costosi, scomodi, percepiti come accessori da gaming più che come piattaforme sociali. Horizon Worlds, in questo contesto, ha faticato a giustificare la sua stessa esistenza.
Andrew Bosworth, il Chief Technology Officer che guida Reality Labs, ha formalizzato la resa dei conti in una nota interna a gennaio: Meta avrebbe puntato sulle esperienze mobile, non sui mondi immersivi da visore.
La svolta verso gli occhiali e l’IA
Le risorse che uscivano dal gaming VR non sono evaporate, bensì riorientate. Il nuovo innamoramento hardware di Zuckerberg sono i Ray-Ban Meta glasses, occhiali connessi con assistente vocale basato sull’IA integrata. Meno immersione, più sovrapposizione del digitale sul reale.
È un approccio radicalmente diverso: non chiedere all’utente di entrare in un mondo virtuale, ma portare l’intelligenza artificiale nel mondo in cui già vive. Questo spostamento non è isolato. Riflette una riallocazione del capitale tecnologico globale verso l’IA generativa, con una pressione competitiva che arriva da OpenAI, Google e Microsoft.
Meta ha scelto di non restare indietro in quella corsa, e il conto lo paga il metaverso.
Quel nome che pesa
L’azienda però si chiama ancora Meta. Il cambio di nome del 2021 era irreversibile quanto la visione che lo aveva ispirato sembrava solida. Oggi quella visione è in archivio, almeno nella sua forma più estrema.
Restano i visori Quest, che continuano a esistere come prodotti gaming. Resta l’app mobile di Horizon Worlds, ridotta a contenitore residuale. Resta, soprattutto, la domanda su cosa significhi per un’azienda costruire la propria identità attorno a una scommessa che non ha cinque anni dopo.
Meta ha dimostrato di saper cambiare rotta velocemente, e questa è una forma di pragmatismo industriale che gli investitori apprezzano. E quel nome, adesso, racconta una storia diversa da quella per cui era stato scelto.
Fonte: Bloomberg


