Marc Benioff ama chiamare i suoi dipendenti Ohana, famiglia. Ma nel corso del podcast con Logan Bartlett, ha usato un altro termine: “teste”.
Quattromila teste in meno, per la precisione, grazie all’adozione dell’intelligenza artificiale. Una frase cruda, che stride con l’immagine pubblica che il CEO di Salesforce ha costruito in venticinque anni. Ossia quella di un imprenditore filantropo, amico della comunità di San Francisco, pioniere di una cultura aziendale accogliente e inclusiva.
Benioff e la promessa dell’automazione
Benioff non è nuovo alle dichiarazioni sopra le righe, ma questa volta il messaggio è netto: l’automazione non va solo accettata, va celebrata.
A giugno aveva detto a Bloomberg che l’IA svolgeva già il 50% del lavoro in Salesforce. Poi, nel succitato podcast è arrivato a spiegare che i guadagni di produttività derivanti dall’IA gli consentono di avere bisogno di “4.000 teste in meno” nel supporto clienti. E ha aggiunto: «Questa è la cosa più entusiasmante accaduta a Salesforce negli ultimi nove mesi».
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da chi, fino a poco tempo fa, faceva dell’umanità e dell’impegno civico la cifra della propria leadership.
È lo stesso Benioff che ha riempito Salesforce di mascotte pelose, che ha investito milioni in progetti per la città, che ha rivendicato per anni il ruolo della sua azienda come più grande datore di lavoro privato di San Francisco.
Oggi, invece, è lui a incarnare più di chiunque altro l’idea che l’IA sia prima di tutto uno strumento per tagliare costi.
Salesforce, tra retorica e realtà dei numeri
La trasformazione, però, non è tutta rose e fiori. Salesforce ha tagliato circa 9.000 posti tra il 2023 e il 2024, ma il mercato non sembra premiarla.
Nell’ultimo anno le azioni sono scese del 26% e le previsioni di vendita sono state inferiori alle attese. Alcuni analisti leggono nei conti trimestrali non tanto i segni di un boom imminente, quanto il rischio che i suoi prodotti di IA non diventino subito blockbuster.
Il che genera il dubbio che Benioff stia calcando la mano sull’entusiasmo per l’intelligenza artificiale anche (o soprattutto?) per tenere buoni gli azionisti.
La promessa di un “AI boom loop” arriva infatti in un momento in cui la realtà dice altro: i licenziamenti sono reali, i guadagni attesi dall’IA molto meno. Lo stesso economista Erik Brynjolfsson, della Stanford University, invita alla prudenza: «Chiunque pensasse di poter comprare l’IA e ottenere subito un ritorno è deluso in questo momento».
San Francisco come laboratorio
Se questa scommessa si rivelerà vincente o meno, a pagare per prima sarà San Francisco. Salesforce ha contribuito a trasformare la città nella capitale mondiale del tech, portando migliaia di posti di lavoro e un indotto fatto di conferenze, eventi e consumi.
Oggi, però, l’azienda guida anche la corsa all’automazione che rischia di lasciare indietro proprio quei lavoratori che hanno alimentato la sua crescita.
Il presidente del think tank urbanistico SPUR, Sean Elsbernd, ha ricordato al Washington Post come Salesforce sia stata per oltre un decennio il principale datore di lavoro privato della città. E ammette: «Se l’IA dovesse minacciare questo rapporto, sarei molto preoccupato per San Francisco».
Alla fine tutto si riduce a una tensione che nella Silicon Valley abbiamo già visto: quella tra storytelling e risultati concreti.
Benioff ha già venduto in passato la cultura dell’Ohana come marchio distintivo di Salesforce; oggi vende la rivoluzione dell’IA. Ma la sostanza, per ora, è che l’azienda licenzia, il titolo perde valore e i prodotti basati sull’intelligenza artificiale non hanno ancora dimostrato di poter cambiare le sorti del business.
Se l’IA manterrà le sue promesse, Benioff potrà rivendicare di aver visto più lontano degli altri. Se invece il boom resterà retorica, il suo nome rischia di restare legato a quella frase tanto brutale quanto rivelatrice: “4.000 teste in meno”.


