Oggi OpenAI ha firmato il contratto di locazione per il suo primo ufficio permanente a Londra, nel quartiere di King’s Cross. Ci lavoreranno oltre 500 persone e sarà l’hub principale di ricerca fuori dagli Stati Uniti.
È un annuncio che, sulla carta, suona come una vittoria per il governo Starmer nella corsa globale all’IA. Sulla carta, perché la notizia arriva a pochi giorni da un’altra, di segno opposto, che vede la sospensione del progetto Stargate UK, il piano infrastrutturale che avrebbe dovuto dotare il paese di una capacità di calcolo locale per applicazioni in settori regolamentati come la sanità pubblica, la finanza e la sicurezza nazionale.
Le due mosse, prese insieme, raccontano qualcosa di preciso sulla strategia di OpenAI e sui limiti del modello britannico.
Perché Stargate UK si è fermato
Il progetto, annunciato a settembre 2025 in partnership con Nvidia e il provider cloud Nscale, puntava a installare inizialmente 8.000 GPU a Cobalt Park, nel nord-est dell’Inghilterra, con la prospettiva di scalare fino a 31.000. Avrebbe consentito di far girare i modelli OpenAI su infrastrutture locali per applicazioni in settori regolamentati quali sanità pubblica, finanza, sicurezza nazionale. Era, nei fatti, il cardine della strategia di sovranità computazionale del governo.
La sospensione ha varie motivazioni. La prima è il costo dell’energia: i prezzi industriali dell’elettricità nel Regno Unito sono tra i più alti tra i paesi dell’IEA, oltre quattro volte quelli di Stati Uniti, Finlandia o Norvegia. Per un data center di grandi dimensioni, questa differenza non è una voce di costo gestibile: è un vincolo strutturale che cambia l’intera economia del progetto.
La seconda motivazione è normativa: l’incertezza sul diritto d’autore applicato all’IA, con il parlamento britannico che non ha ancora trovato una sintesi tra le esigenze dei titolari di diritti e quelle delle aziende che addestrano modelli.
C’è poi un problema di infrastruttura fisica che raramente emerge nel dibattito pubblico. Le richieste di allaccio alla rete elettrica nazionale sono esplose (da 41 gigawatt nel novembre 2024 a 125 gigawatt nel giugno 2025), con i data center che ne rappresentano la quota maggioritaria. I tempi di attesa per un nuovo allaccio vanno dai tre agli otto anni. Si può costruire un edificio in diciotto mesi. Aspettare la corrente richiede quasi un decennio.
Questo senza contare che a fine marzo 2026 OpenAI ha chiuso un round da 122 miliardi di dollari a una valutazione di 852 miliardi, con una quotazione in borsa attesa già entro fine anno. Le aziende in prossimità di un’IPO tendono a irrigidire l’allocazione del capitale ed evitare impegni internazionali dai tempi incerti. Sospendere un progetto gravato da costi energetici strutturalmente elevati e un regime normativo irrisolto si inserisce esattamente in quella logica.
Cervelli sì, server no
OpenAI non sta abbandonando il Regno Unito. Sta separando due tipologie di investimento che hanno logiche diverse. L’ufficio di King’s Cross è un impegno sui talenti: ricercatori, ingegneri e team di policy in un ecosistema, quello londinese, già popolato da Google DeepMind, Meta, Synthesia, Wayve. King’s Cross è diventata negli ultimi anni qualcosa di simile a un distretto tecnologico europeo, con una concentrazione di laboratori e startup che non ha equivalenti nel continente.
L’infrastruttura di calcolo, invece, segue criteri diversi: costo dell’energia, tempi di allaccio alla rete, stabilità normativa, vicinanza ai mercati di sbocco. Su questi parametri, il Regno Unito non compete.
Il risultato è una presenza britannica solida sul piano della ricerca e assente su quello del calcolo. Utile per Londra ma non sufficiente a costruire quella sovranità computazionale che il governo Starmer aveva messo al centro del suo piano sull’IA.
Regno Unito, tra ambizioni e limiti
Il paese ha investito politicamente sull’IA con una intensità raramente vista in Europa. Ha lanciato un piano nazionale all’inizio del 2025, ha designato zone di sviluppo prioritario per le infrastrutture, ha annunciato un laboratorio pubblico da 40 milioni di sterline per la ricerca applicata.
Il privato risponde: nei primi mesi del 2026 le startup britanniche dell’IA hanno già raccolto 6,7 miliardi di dollari, contro gli 8,2 dell’intero 2025. Nscale, Wayve, ElevenLabs sono tra i nomi più attivi.
Eppure il gap con Stati Uniti e Cina, sia per capacità di calcolo che per finanziamenti complessivi, resta profondo. E la sospensione di Stargate UK dimostra che annunciare zone di sviluppo non basta: finché i prezzi dell’energia e i tempi di allaccio alla rete restano quelli attuali, le grandi aziende americane troveranno più conveniente costruire altrove.
OpenAI, Anthropic e il corteggiamento britannico
King’s Cross non è solo la nuova casa di OpenAI. È già il campus europeo di Google DeepMind. E potrebbe presto diventare anche la sede espansa di Anthropic, che il governo britannico sta corteggiando con un pacchetto di proposte, dall’ampliamento degli uffici londinesi fino all’ipotesi, definita da chi la conosce “un sogno”, di una doppia quotazione in borsa.
Come abbiamo raccontato qualche giorno fa, il corteggiamento si è intensificato dopo che il Pentagono ha classificato Anthropic come rischio nella catena di approvvigionamento, e Londra ha colto l’apertura diplomatica che ne è seguita. Se Anthropic accettasse, i tre principali laboratori di IA al mondo avrebbero tutti una presenza stabile a Londra. Un risultato che nessuna politica industriale europea ha ancora ottenuto e che il governo Starmer sta cercando di trasformare da coincidenza favorevole in strategia deliberata.
Il problema, però, rimane lo stesso. Avere i cervelli in città non equivale ad avere le macchine. E senza le macchine, la sovranità digitale che Londra vuole costruire dipende ancora, interamente, dalle decisioni prese a San Francisco.
Fonte: CNBC


