Da tempo il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro si concentra su un’unica domanda: quanti posti spariranno? Operai, cassieri, contabili, programmatori: la lista dei “a rischio” si è allungata fino a includere quasi ogni categoria.
Eppure il sondaggio pubblicato ieri dalla Quinnipiac University suggerisce che la trasformazione in corso segue una direzione cui spesso si finisce per non pensare. Non è (solo) il lavoratore ad essere sostituito. È anche il capo.
Il 15% degli americani intervistati dichiara di essere disposto a lavorare sotto la supervisione dell’IA; ossia un programma che assegna i compiti, fissa gli orari, monitora le prestazioni.
Su una forza lavoro americana di oltre 160 milioni di persone, quella percentuale vale decine di milioni di individui. Non è una frangia di appassionati di tecnologia: è un pezzo consistente del mondo del lavoro reale, interpellato da un’università su una questione che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza.
La domanda che il sondaggio non fa, ma che vale la pena porsi, è quanta parte di quel 15% risponda con entusiasmo e quanta con rassegnazione. Avere un algoritmo come capo, in fondo, elimina alcune delle variabili più logoranti del lavoro quotidiano: gli umori, i favoritismi, le valutazioni arbitrarie. Non è detto che sia necessariamente peggio.
Amazon ha già aperto la strada
Il “Grande Appiattimento”, così alcuni analisti chiamano la progressiva eliminazione del management intermedio, non è una previsione. È già in corso.
Amazon ha implementato flussi di lavoro automatizzati per sostituire una parte delle responsabilità tradizionalmente affidate ai manager di medio livello, accompagnando il processo con licenziamenti di massa tra quella fascia di dipendenti.
Workday, una delle principali piattaforme di gestione delle risorse umane, ha lanciato agenti IA capaci di gestire in autonomia pratiche amministrative, dall’approvazione delle note spese alla gestione di alcune procedure interne, che fino a ieri richiedevano l’intervento di un responsabile.
In Uber, i tecnici hanno costruito un modello IA del CEO Dara Khosrowshahi per filtrare le proposte prima che arrivassero sulla scrivania del vero amministratore delegato. Tre aziende, tre approcci diversi, una sola direzione.
Quello che accomuna questi casi è la logica sottostante: il management intermedio, ossia quella fascia di figure che traducono le strategie del vertice in istruzioni operative per chi lavora sul campo, si rivela la parte più facilmente comprimibile della struttura aziendale. Costa, rallenta, introduce variabilità. Un sistema automatizzato, questo dev’essere il ragionamento, non fa nessuna di queste cose.
La paura dell’IA guarda nella direzione sbagliata
I dati sulla preoccupazione occupazionale, però, raccontano un’altra storia. Il 70% degli intervistati ritiene che l’IA ridurrà le opportunità di lavoro in generale. Tra chi lavora già, tre su dieci temono che il proprio ruolo specifico diventi obsoleto. Sono numeri significativi, che fotografano un’ansia diffusa e comprensibile.
Il punto è che quella paura guarda prevalentemente verso il basso della gerarchia, verso i lavori esecutivi, ripetitivi, facilmente codificabili. Mentre i dati concreti, quelli che vengono dalle scelte operative delle grandi aziende, indicano che la pressione si sta esercitando anche (e forse prima) sui livelli intermedi.
I manager che coordinano team, approvano budget, gestiscono processi, sono esattamente la categoria che le organizzazioni stanno scoprendo di poter sostituire con sistemi automatizzati a costi molto inferiori.
Per decenni, la narrativa dominante ha voluto il management come rifugio sicuro dall’automazione: le macchine sostituiscono le mani, non le teste. Quella narrativa sta mostrando le sue crepe.
Fonte: TechCrunch


