Energean: l’estrazione del gas tra innovazione, sostenibilità e politica

da | 23 Mag 2024 | Tech

Quanto segue è il primo di tre appuntamenti editoriali con Energean, una compagnia energetica internazionale specializzata nell’esplorazione, sviluppo e produzione di petrolio e gas naturale.

Con una forte presenza nel bacino del Mediterraneo, si distingue per il suo impegno verso pratiche sostenibili e tecnologie innovative, mirate a ridurre l’impatto ambientale delle sue operazioni.

Fondata con l’obiettivo di valorizzare risorse energetiche strategiche, Energean è attiva in diversi paesi del Mediterraneo, tra cui Grecia, Israele, Egitto e Italia. La compagnia è nota per aver adottato tecnologie avanzate di esplorazione geofisica che consentono di identificare e sfruttare giacimenti di gas con un minor numero di pozzi, riducendo così l’invasività delle operazioni.

Inoltre, l’azienda si è impegnata a raggiungere zero emissioni nette di CO2 entro il 2050, una meta ambiziosa che sottolinea la sua propensione alla sostenibilità. L’obiettivo è supportato da una serie di iniziative, tra cui la transizione dalla produzione di combustibili liquidi a quella di gas, l’adozione di tecnologie di Carbon Capture and Storage (CCS) e l’uso di energia elettrica da fonti rinnovabili per il funzionamento degli impianti.

Questi ultimi due temi sono quelli per i quali ci eravamo immaginati di scrivere un long form. Poi, però, nell’arco della nostra visita agli uffici di Energean, sono emersi tanti e tali spunti che prima abbiamo pensato di spezzarlo in due parti, infine in tre.

Quello di oggi è importante per avere un’idea dell’attuale situazione del gas naturale nel Mediterraneo e in Italia, figlio di una storia che parte da Enrico Mattei e dal suo ruolo cruciale nella fondazione e nello sviluppo dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI). Il prossimo appuntamento approfondirà le tecnologie di Carbon Capture and Storage (CCS), una tecnologia avanzata sviluppata per ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera. L’ultimo, invece, spiegherà l’applicazione delle nuove tecnologie all’industria mineraria, inclusa l’intelligenza artificiale.

Quando si parla di gas e petrolio, si sentono spesso menzionare località quali Mare del Nord, Russia, Medio Oriente, Africa e Sudamerica, non il Mediterraneo. Che invece è la regione in cui si concentrano le operazioni di Energean. Qual è dunque la situazione nel Mare Nostrum dal punto di vista energetico?

Nino Caliri (Head of Public Affairs & Communication, Italy): Il Mediterraneo ha sempre avuto una vocazione per il gas, in particolare nella parte nordafricana, con paesi come Egitto e Libia che vantano risorse immense e una tradizione che risale ai primi anni del Novecento.

Diversamente, l’area del bacino Levantino, ovvero l’East Med che oltre all’Egitto comprende Cipro, Libano, Israele, ha visto scoperte significative solo negli ultimi 25 anni, a partire dagli anni 2000. Tra queste, una delle più importanti è il giacimento di Zohr, individuato da Eni, che si posiziona come una scoperta di grande rilevanza a livello mondiale.

Nato nel 1906, Mattei è stato una figura chiave nella storia energetica dell'Italia, trasformando il settore degli idrocarburi del paese e influenzando significativamente le dinamiche geopolitiche dell'epoca. Il suo operato influenza inconsapevolmente l'energia in Italia ancora oggi.

Nato nel 1906, Enrico Mattei è stato una figura chiave nella storia energetica dell’Italia. Fondando ENI, ha trasformato il settore degli idrocarburi e influenzato le dinamiche geopolitiche dell’epoca.

Pertanto, il Mediterraneo è un’area di grande rilevanza per il gas, sia in termini di geometria che di geografia. Tuttavia, non può essere paragonato alla Russia, che non è un’area ma un continente. Eni ha sviluppato competenze importanti fin dagli anni ’40, dalla Pianura Padana al Canale di Sicilia. E soprattutto nell’Adriatico, particolarmente ricco di gas. Eni è stata pioniera nell’esplorazione del Mediterraneo, dove ha perforato tra i 7.000 e gli 8.000 pozzi, una cosa questa poco nota.

Tuttavia, si tratta di bacini già scoperti e sfruttati da tempo, soprattutto nell’Adriatico. La sfida attuale è ottimizzare la potenzialità residua di giacimenti ultradecennali, il cui sfruttamento è iniziato dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Norberto De Marchi (Project Manager Transizione Energetica): Sì, tutte le scoperte vanno dalla fine della guerra agli anni ’60 e ’70. Inizialmente, le scoperte furono fatte a terra, dov’era più facile operare. Successivamente si passò alle esplorazioni offshore, in particolare nell’Adriatico e nel Canale di Sicilia. Gli sviluppi offshore nelle acque italiane iniziarono negli anni ’80, raggiungendo il loro picco all’inizio degli anni ’90.

Bruno Garcea (Senior Geophysicist): Va detto che quando si parla di Russia o di grandi bacini come il Qatar, si tratta di dimensioni molto più ampie, a volte anche 5-10 volte superiori rispetto a quelle che possiamo trovare noi. Tuttavia, l’Italia e l’Europa hanno il vantaggio di poter contare su un mercato che richiede gas, il che rende economicamente vantaggioso l’estrazione. Questo perché siamo direttamente connessi a un hub strategico.

Nino Caliri: L’Italia, infatti, è la prima economia del Mediterraneo in termini di volumi di gas consumato, circa 60-65 miliardi di metri cubi. Possiamo definirlo un Paese che va a gas.

Norberto De Marchi: L’Italia è stata “metanizzata” negli anni ’70 e ’80, anticipando il futuro di circa trent’anni. Oggi il gas è considerato la parte più green dei combustibili fossili, ma noi eravamo già avanti allora, grazie a Mattei e ai governi dell’epoca.

Nino Caliri: Mentre il petrolio può essere trasportato con autobotti, il gas doveva essere consumato sul posto perché era difficile da stoccare e trasportare. Le scoperte in Pianura Padana e lungo la costa adriatica richiedevano allora infrastrutture per il trasporto ai punti di consumo. Mattei iniziò a posare tubi e a metanizzare l’Italia. Ora il gas arriva ovunque, tranne che in Sardegna, che non ha ancora una dorsale adatta. Questo è stato il nostro vantaggio.

Circa il 30% del gas estratto si perde durante il trasporto, sia che viaggi attraverso i tubi per migliaia di chilometri, sia che venga liquefatto, trasportato su navi metaniere e poi rigassificato a destinazione.

Circa il 30% del gas estratto si perde durante il trasporto, sia che viaggi attraverso i tubi per migliaia di chilometri, sia che venga liquefatto, trasportato su navi metaniere e poi rigassificato a destinazione.

Eppure, il 96% del gas che consumiamo in Italia è d’importazione…

Norberto De Marchi: Il valore di un gas trovato in Europa non è paragonabile a quello di un gas trovato in Azerbaigian, nonostante sia più conveniente. Oggi non è solo una questione economica ma anche geopolitica.

Nino Caliri: E aggiungerei ambientale. Circa il 30% del gas estratto si perde durante il trasporto, sia che viaggi attraverso i tubi per migliaia di chilometri, sia che venga liquefatto, trasportato su navi metaniere e poi rigassificato a destinazione. Un terzo del gas viene infatti consumato nel processo di trasporto e compressione.

Energean pare avere un’indole green, il che non è qualcosa che di solito si associ a un’azienda che estrae petrolio e gas… 

Nino Caliri: Noi oggi abbiamo emissioni, contabilizzate nel rapporto di sostenibilità, tra i 9 e i 10 kg di CO2 per barile equivalente, con l’idea di arrivare a zero entro il 2050. La media del settore è circa 20 kg. Abbiamo fatto grandi progressi dal 2017-2018, quando emettevamo circa 60 chilogrammi di CO2. Merito questo della decisione di passare da una produzione importante di combustibili liquidi, come il petrolio, al gas. Oggi l’80%-83% della nostra produzione proviene dal gas, che tra tutti i combustibili fossili è quello meno impattante.

Inoltre, per tutti i consumi interni legati al funzionamento degli impianti, utilizziamo energia elettrica acquistata da provider locali con certificati di origine che testimoniano che l’energia è verde. Adottiamo quindi vari meccanismi per compensare le nostre emissioni.

Come contate di arrivare alle emissioni zero nel 2050?

Nino Caliri: È un obiettivo che vogliamo raggiungere e che testimonia il nostro impegno ad abbattere quei 9,3 Kg e a farli diventare il meno possibile, grazie anche all’utilizzo della CCS, ossia la Carbon Capture and Storage (cattura e stoccaggio del carbonio, di cui parleremo nel prossimo articolo, ndR).

Lo scoppio della guerra in Ucraina e l'esplosione dei Nord Stream 1 e 2 hanno riportato l'attenzione sull'importanza di non dipendere esclusivamente dalle importazioni per l'approvvigionamento naizonale del gas.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e l’esplosione dei Nord Stream 1 e 2 hanno riportato l’attenzione sulla necessità di non dipendere esclusivamente dalle importazioni per l’approvvigionamento nazionale del gas.

Cos’hanno rappresentato per Energean lo scoppio della guerra in Ucraina e l’esplosione dei Nord Stream 1 e 2? Un problema, un’opportunità, un guadagno o una preoccupazione?

Nino Caliri: Quello che abbiamo tutti osservato è stata un’impennata nei prezzi del gas, a conferma della necessità di diversificazione delle rotte e delle fonti di approvvigionamento, che è sempre più imprescindibile. Un paese come l’Italia, che fino allo scoppio della guerra in Ucraina importava il 40% del gas dalla Russia, ha ora sostituito questo approvvigionamento con l’Algeria. Raggiungendo sì un nuovo equilibrio, ma ancora una volta fragile.

La sicurezza energetica è diventata parte dell’agenda di governo, portando all’emanazione di decreti su energia e sviluppo, allo sblocco di alcune attività di estrazione e alla continuazione della produzione di petrolio.

Energean ha sempre creduto nel valore dell’investimento privato nel settore petrolifero e del gas, in Italia e in Europa, dove la tradizione decentrata sta però scemando. Individuiamo sacche di gas, piccole o grandi, produciamo gas localmente e lo mettiamo a disposizione del Paese.

Se, ipoteticamente, la politica decidesse di ricorrere quanto più possibile a gas e petrolio a chilometro zero, quando sareste in grado di coprire della domanda interna di energia?

Nino Caliri: Attualmente, l’Italia copre col gas nazionale tra il 4% e il 6% del proprio fabbisogno, mentre il 96% viene importato. Noi siamo il terzo operatore che produce questo 4%.

I principali punti di approvvigionamento di energia dall’estero sono Gela, da cui arriva il gas della Libia; Mazara del Vallo, da cui arriva quello dell’Algeria e Melendugno, da cui riceviamo il gas dell’Azerbaijan. Il gas norvegese o comunque nord-europeo arriva attraverso il Passo Gries, mentre quello russo arrivava a Tarvisio.

La provenienza del gas d'importazione in Italia in questa illustrazione di Alessandra Spinelli.

La provenienza del gas d’importazione in Italia in questa illustrazione di Alessandra Spinelli.

Inoltre, abbiamo quattro punti d’importazione con navi che rigassificano il gas liquefatto, proveniente principalmente dal Qatar (ma essendo gas liquefatto, potrebbe arrivare da qualsiasi destinazione). Questo complesso sistema permette all’Italia di importare circa il 96% del proprio fabbisogno di gas.

Tuttavia, è importante notare che negli anni 2000 l’Italia produceva sui 15 miliardi di metri cubi di gas e ne consumava circa 60-70 miliardi. Oggi, 20 anni dopo, il consumo è rimasto stabile a 60-70 miliardi di metri cubi ma la produzione nazionale è scesa a soli 3 miliardi di metri cubi.

La diminuzione della produzione interna è stata sostituita dall’importazione, con maggiori impatti ambientali e costi più alti per i cittadini, oltre alla perdita non trascurabile di IRES e IRAP. Si è poi perso anche un insieme di competenze che avevamo maturato in questo ambito a livello nazionale.

Bruno Garcea: Non abbiamo numeri esatti di quanto potremmo coprire ma è realistico affermare che potremmo tornare ai livelli di produzione del passato. Negli ultimi 3-4 anni abbiamo iniziato a produrre gas nel Canale di Sicilia e stiamo esplorando nuovamente il nord Adriatico, dove c’è ancora potenziale di scoperta. In passato, si è dimostrato che si poteva arrivare al 20-25-30% del fabbisogno nazionale. Tornare a quei livelli di produzione non sarebbe impossibile, se ci fosse la volontà politica.

Nino Caliri: Senza dimenticare che già portare la produzione nazionale al 15-20% renderebbe il sistema più solido.

Ma questo dipende da una volontà italiana o europea?

Nino Caliri: È in gran parte una questione di politica interna. È vero che esiste una tendenza europea, e non solo, volta a demonizzare i combustibili fossili, ma non si tratta di imposizioni provenienti dall’estero, come ad esempio dall’Unione Europea. Non abbiamo dei limiti imposti dall’alto; possiamo sfruttare tutte le risorse che madre natura ci offre.

Esistono giacimenti per i quali il Ministero concede al concessionario il diritto di sfruttamento per un periodo solitamente di 30 anni, eventualmente estendibile. I periodi sono così lunghi perché l’estrazione mineraria comporta investimenti iniziali molto elevati e di lunga durata, richiedendo dai 5 agli 8 anni per avviare le operazioni. Questo significa che le aziende estrattive necessitano di stabilità e di una visione a lungo termine che vada oltre le contingenze del momento, come la guerra russo-ucraina.

Con le tecnologie attuali è possibile comprendere il sottosuolo e identificare nuovi giacimenti fino a chilometri di profondità, riducendo la necessità di trivellazioni.

Con le tecnologie attuali è possibile comprendere il sottosuolo e identificare nuovi giacimenti fino a chilometri di profondità, riducendo la necessità di trivellazioni.

È necessario avere una visione lungimirante per perseguire una politica che non venga abbandonata al primo cambio di governo o di orientamento politico, azzerando tutto ciò che è stato realizzato, sia in positivo che in negativo. Quando si decide di investire, non si può aprire un’attività oggi e chiuderla con la stessa rapidità. Dobbiamo però ricordare che l’attività di ricerca in Italia si è fermata circa vent’anni fa. Quindi, nessuno può dire oggi con esattezza di quanto gas disponiamo.

Perché ci si è fermati vent’anni fa? Perché era già iniziato il trend di comprarlo dall’estero?

Nino Caliri: In parte sì, abbiamo smesso per questo motivo, e anche perché a livello politico si è scelto di prendere certe decisioni in nome del fanatismo ambientale. Il risultato è stato che abbiamo azzerato la produzione nazionale senza ridurre i nostri consumi. Oggi consumiamo lo stesso gas, solo che lo producono altri.

Bruno Garcea: Quello su cui non si riflette abbastanza, dal punto di vista tecnologico, è che oggi non è più necessario scavare migliaia di pozzi. Con le tecnologie attuali possiamo comprendere il sottosuolo, descriverlo e identificare nuovi giacimenti o ridefinire quelli esistenti con un solo pozzo, che è l’unica attività realmente invasiva.

Grazie alla geofisica possiamo effettuare sondaggi che forniscono un’immagine del sottosuolo molto più accurata rispetto al passato. Un tempo ci si basava principalmente su conoscenze geologiche e su informazioni geofisiche limitate dalla qualità della tecnologia dell’epoca.

Oggi, le immagini ad alta risoluzione arrivano fino a chilometri di profondità, riducendo la necessità di nuovi pozzi. Inoltre, i pozzi odierni possono essere deviati lateralmente, raggiungendo zone limitrofe senza impattare l’ambiente come un tempo. Queste tecnologie permettono di sfruttare alcuni giacimenti anche senza l’utilizzo di piattaforme. Ad esempio, nel Canale di Sicilia non ce ne sono perché utilizziamo tecnologie sottomarine, molto meno invasive.

Norberto De Marchi: Anche la legislazione ha compiuto passi da gigante, soprattutto dopo il disastro del pozzo Macondo nel Golfo del Messico. Le normative attuali sono state pensate per tutelare maggiormente l’ambiente, e tutti noi ci siamo adeguati a queste nuove regole.


Lo speciale su Energean proseguirà settimana prossima, con l’approfondimento sulle tecnologie di Carbon Capture and Storage.

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