Il CEO di Coinbase, Brian Armstrong, ha raccontato di aver licenziato alcuni ingegneri che si erano rifiutati di adottare l’intelligenza artificiale nel loro lavoro.
L’episodio, emerso durante il podcast Cheeky Pint del presidente di Stripe, John Collison, riflette il nuovo approccio aggressivo con cui molte big tech spingono i propri dipendenti a utilizzare l’IA: non più un consiglio, ma un obbligo.
Secondo quanto riferito da Armstrong, Coinbase ha acquistato licenze enterprise di GitHub Copilot e Cursor per tutti gli ingegneri. Alcuni dipendenti avevano avvertito che l’adozione sarebbe stata lenta, con tempi di mesi prima che almeno metà del personale ne facesse uso.
La risposta del CEO è stata drastica: un messaggio su Slack ha imposto l’uso dell’IA a tutta la divisione engineering, con l’obbligo di iniziare l’onboarding entro la fine della settimana.
Armstrong ha raccontato di aver organizzato una riunione il sabato successivo per ascoltare eventuali giustificazioni. Alcuni dipendenti avevano motivi concreti per il ritardo, come rientri da viaggi di lavoro o ferie. Ma per chi si era semplicemente rifiutato di integrare l’IA nel proprio lavoro, il licenziamento è stato immediato.
Un obiettivo più ambizioso di Google e Microsoft
“È vero, il mio approccio è stato pesante”, ha ammesso Armstrong, consapevole che all’interno dell’azienda non tutti abbiano gradito la gestione della vicenda. Ma per il CEO il punto era chiarissimo: l’IA non è opzionale.
Armstrong ha fissato un obiettivo preciso: arrivare a far sì che metà del codice prodotto da Coinbase sia generato dall’IA entro la fine del trimestre. Un target che supera quello dichiarato da Microsoft e Google, che nel corso dell’anno hanno indicato di affidarsi all’IA per circa il 30% del codice sviluppato.
Per accelerare il processo, Coinbase sta organizzando training mensili chiamati “AI speed run”, in cui i team che hanno trovato metodi creativi per sfruttare l’IA condividono le proprie tecniche con il resto dell’organizzazione.
Non solo Coinbase
Coinbase non è un caso isolato. Sempre più aziende stanno trasformando l’uso dell’IA in un requisito lavorativo. Duolingo, ad esempio, ha reso l’adozione dell’IA parte integrante delle valutazioni sulle performance. Microsoft ne impone l’uso a livello trasversale, mentre Yahoo Japan punta a “raddoppiare” la produttività con l’intelligenza artificiale.
Altre aziende per ora si limitano a incoraggiarne fortemente l’impiego ma la tendenza sembra chiara: l’IA sta diventando un obbligo sempre più diffuso all’interno dei processi aziendali.
Nonostante l’entusiasmo dei CEO, non tutti i dati confermano un beneficio netto. Alcuni studi recenti hanno rilevato che gli sviluppatori più esperti impiegano fino al 19% di tempo in più quando utilizzano l’IA.
Allo stesso modo, dipendenti di Amazon descrivono un ambiente che, tra tagli ai team e obiettivi sempre più alti, si trasforma in una sorta di catena di montaggio che limita la creatività. Anche gli operatori di call center hanno segnalato che gli assistenti basati su IA finiscono spesso per complicare il lavoro anziché semplificarlo.
Il rischio del rigetto
C’è un paradosso che merita attenzione. L’IA è stata sempre presentata come un copilota, un alleato pensato per semplificare i compiti quotidiani. Ma se viene imposta come obbligo assoluto, smette di essere uno strumento di supporto.
Può sembrare una questione di forma ma atteggiamenti come quello di Armstrong alimentano le resistenze culturali e psicologiche già in corso, trasformando l’IA in un nemico più che in un alleato. L’innovazione funziona quando è accompagnata, spiegata e adottata in modo naturale, non quando viene imposta col ricatto del licenziamento.
La scommessa di Coinbase, oltre che tecnologica, è a questo punto anche culturale, e sarà interessante capire se la spinta aggressiva verso l’IA porterà a risultati concreti o se finirà per generare un rigetto che rallenterà proprio il processo che intendeva accelerare.


