Duolingo ha deciso: diventerà una “azienda AI-first”. Lo ha annunciato con toni entusiastici il CEO e co-fondatore Luis von Ahn in un’email inviata a tutto il personale e pubblicata su LinkedIn.
Il punto centrale è semplice quanto spietato: i lavori che potranno essere svolti da un’intelligenza artificiale non verranno più affidati a collaboratori esterni.
La svolta viene presentata come una naturale evoluzione tecnologica, ma dietro la retorica del cambiamento e dell’innovazione si nasconde l’ennesima espulsione silenziosa di figure professionali considerate non più funzionali.
La narrazione è quella che ormai conosciamo bene: l’IA non rimpiazzerà le persone, ma “libererà tempo” per farle concentrare su “compiti più creativi e problemi reali”.
In teoria, una visione affascinante. In pratica, una vernice retorica che serve a rendere socialmente accettabili tagli al personale e disinvestimenti nel lavoro umano.
Ma la verità è che il mondo ha sempre avuto bisogno di chi si occupa di attività ripetitive e manuali. Solo che ora, a quanto pare, non c’è più spazio per loro.
Se il CV è scritto da un’IA per un’altra IA
La trasformazione annunciata da Duolingo va oltre l’automazione dei compiti. L’IA sarà utilizzata nelle valutazioni interne ed entrerà nei processi di selezione del personale.
Questo significa due cose: che chi aspira a entrare in azienda dovrà dimostrare di saper usare gli strumenti di IA, e fin qui possiamo essere d’accordo. Ma anche che tra le skill del futuro conteranno sempre meno la reale esperienza o le potenzialità umane dei dipendenti, quanto piuttosto un’indefinibile compatibilità ‘algoritmica’ con gli strumenti di intelligenza artificiale adottati dalle aziende.
Il cortocircuito diventa poi grottesco se si guarda un passaggio sempre più comune: molti candidati oggi si fanno scrivere il curriculum da ChatGPT o strumenti simili.
Risultato? Un’IA che scrive un CV per fare una buona impressione su un’altra IA che lo valuterà. Il rapporto umano, sempre più rarefatto, pare dissolversi del tutto. Il risultato? Non verranno più selezionate persone ma superfici verbali ottimizzate per un sistema.
Duolingo: l’efficienza prima della qualità
Von Ahn non fa mistero della filosofia che guida il cambiamento: “Non possiamo aspettare che la tecnologia sia perfetta al 100%. Preferiamo agire con urgenza e accettare qualche piccolo sacrificio sulla qualità, piuttosto che muoverci lentamente e perdere il momento”.
È una dichiarazione onesta ma che dice molto: l’ossessione per la velocità ha ormai scavalcato ogni prudenza, anche sul fronte della qualità educativa. E se si verificano incidenti di percorso, pazienza: l’importante è tenere lo sguardo avanti verso il futuro.
Ma il nodo più importante di tutta la vicenda è quello che abbiamo accennato poco sopra: non tutti possono – o vogliono – diventare creativi.
Non tutti hanno la formazione, gli strumenti o la predisposizione per concentrarsi sul proprio estro lasciando alle macchine i compiti ripetitivi.
Per decine di migliaia di lavoratori, quei compiti rappresentano una fonte di reddito, una stabilità, spesso l’unica via di accesso al mondo del lavoro digitale. Quando si dice che verranno liberati da quelle mansioni, bisognerebbe anche dire dove finiranno. Una domanda sempre più d’attualità se si pensa all’annuncio di Anthropic, secondo cui tra un anno arriveranno i dipendenti virtuali IA.
In un mondo che idealizza la creatività come se fosse un bene universale, ci si dimentica che l’economia funziona anche grazie a chi fa il lavoro meno scintillante. E che l’etica del lavoro non dovrebbe piegarsi integralmente all’efficienza tecnologica.
Perché la vera innovazione non è fare di più con meno persone, ma fare meglio con le persone.


