Amazon ha spento Kirorank, la classifica interna che misurava l’uso degli strumenti di intelligenza artificiale da parte dei dipendenti. Doveva servire a mostrare chi stava adottando di più Kiro, la piattaforma per sviluppatori dell’azienda. Ha finito invece per incentivare un comportamento molto diverso: usare gli agenti IA anche quando non ce n’era bisogno, pur di far crescere il proprio punteggio.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, ai dipendenti è stato comunicato questa settimana che Kirorank è stata messa offline. Il servizio assegnava un punteggio agli utenti sulla base dell’attività generata con gli strumenti IA. Alcuni lavoratori avrebbero iniziato ad affidare agli agenti compiti non necessari, in apparenza con l’obiettivo di salire nella classifica. ne avevamo scritto qui qualche settimana fa.
È una piccola storia aziendale, ma racconta molto bene uno dei problemi più concreti dell’adozione dell’IA nelle imprese: quando si misura l’uso dell’IA, si finisce per incentivarlo. Anche quando non serve.
Il seguito del caso MeshClaw
Avevamo già raccontato il caso dei dipendenti Amazon che usavano strumenti IA anche quando non serviva. Al centro di quella vicenda c’erano Kiro e MeshClaw, una versione interna di OpenClaw pensata per far lavorare agenti IA sul proprio hardware e nei flussi di lavoro degli sviluppatori.
Il problema era già emerso allora: Amazon aveva introdotto obiettivi interni perché oltre l’80 per cento degli sviluppatori usasse strumenti IA ogni settimana.
In un contesto del genere, l’adozione diventa facilmente una metrica da mostrare e quando un comportamento viene trasformato in obiettivo, i dipendenti imparano a ottimizzarlo.
Kirorank ha reso visibile che non si trattava più solo di usare strumenti IA per scrivere codice, automatizzare parti del lavoro o accelerare alcune attività.
La classifica trasformava il consumo di IA in un segnale pubblico di partecipazione. Chi la usava di più saliva; chi consumava di più appariva più allineato alla direzione aziendale.
Il tokenmaxxing e il costo dell’entusiasmo
Dave Treadwell, senior vice-president di Amazon, ha detto ai dipendenti che la classifica era stata costruita con “buone intenzioni”. Poi ha aggiunto il punto essenziale: il risultato ha finito con l’essere un aumento dei costi per l’azienda, a causa di lavoratori impegnati nel cosiddetto “tokenmaxxing”.
Il termine indica il tentativo di gonfiare il consumo di token, cioè le unità elaborate dai modelli di intelligenza artificiale. Ogni attività generata da un agente consuma risorse di calcolo, e quelle risorse hanno un costo.
Se gli agenti vengono usati per compiti utili, il costo può essere giustificato. Se invece vengono attivati per scalare una classifica, diventano una spesa ingiustificata.
La frase attribuita a Treadwell è quasi il riassunto perfetto della vicenda: “Per favore, non usate l’IA solo per il gusto di usare l’IA”. Detta da un dirigente di Amazon, in un momento in cui il gruppo sta investendo somme enormi in intelligenza artificiale e data center, fa riflettere.
La corsa all’adozione resta, ma l’adozione da sola non basta più.
Amazon: dai token al codice utile
Amazon ha confermato che la dashboard beta “non era uno strumento formale o approvato” ed è stata dismessa. È una precisazione importante, perché ridimensiona il peso ufficiale di Kirorank. Ma non cancella il problema: dentro le grandi aziende tecnologiche, la pressione a usare l’IA è diventata così forte da generare già i suoi effetti collaterali.
Secondo il Financial Times, Amazon aveva iniziato a usare una metrica diversa, chiamata “normalised deployments”, per valutare il successo degli strumenti IA. In sostanza, l’azienda vuole capire se gli ingegneri usano davvero l’intelligenza artificiale per creare codice utile, non solo se consumano token o fanno girare agenti.
È qui che la vicenda diventa interessante. La prima fase dell’IA aziendale è stata dominata dall’entusiasmo: provatela, usatela, integratela ovunque. La fase successiva sarà più scomoda: dimostrare che quell’uso produce risultati reali. O almeno, questa è la promessa.
Fonte: Financial Times


