Dimenticate le opzioni d’acquisto di azioni o i pranzi gourmet. Nella Silicon Valley la nuova frontiera del reclutamento ha il sapore del silicio e la forma di un budget di calcolo.
Si chiama “tokenmaxxing”: le aziende non offrono più solo stipendio e bonus ma mettono sul piatto milioni di token per permettere ai propri ingegneri di far girare sciami di assistenti digitali. È il passaggio definitivo dal beneficio materiale a quello infrastrutturale. Un investimento sulla persona, dicono.
Il cambio di paradigma è guidato dai giganti del settore. Jensen Huang, alla guida di Nvidia, ha già tracciato la rotta: per i talenti di punta, la potenza di calcolo deve valere quanto metà dello stipendio base. Non è una scelta di comodo, ma una necessità dettata dall’avvento dell’IA agentica.
Sistemi come OpenClaw lavorano mentre l’utente dorme, consumando in un solo giorno quello che un normale utente consumerebbe in mesi. Più potenza si utilizza, più si sembra indispensabili. Eppure, proprio qui nasce il paradosso.
C’è un’insidia invisibile dietro questa pioggia di token. Quando la spesa per alimentare l’intelligenza artificiale inizia a superare il salario del dipendente che la coordina, la logica finanziaria delle aziende si ribalta. Se la macchina costa più dell’uomo, quanto tempo resta prima che l’uomo venga percepito come un accessorio evitabile?
Il rischio è che i token non siano un premio, ma dei rischi di questa idea parlo più approfonditamente nel mio editoriale su Substack.


