Nuova Delhi è diventata per qualche giorno la capitale mondiale dell’intelligenza artificiale. L’AI Impact Summit, presentato come la più grande conferenza sull’IA mai tenuta in un paese in via di sviluppo, ha riunito oltre una dozzina di capi di stato, i principali dirigenti delle aziende tecnologiche più influenti del pianeta e centinaia di miliardi di dollari in impegni di investimento.
Modi ha avuto il suo palcoscenico. E lo ha usato con precisione. Il messaggio del premier indiano è stato netto fin dall’apertura: “Progetta e sviluppa in India. Consegna al mondo, consegna all’umanità”.
Non un semplice slogan promozionale, ma una dichiarazione geopolitica. L’India non si presenta come partner subordinato delle grandi potenze tecnologiche occidentali, né come alternativa al modello cinese di IA di stato. Si propone come una terza via: un paese che ha il talento, la scala demografica e, secondo Modi, anche la chiarezza politica per offrire al mondo un’IA diversa.
“Alcuni paesi e alcune aziende pensano che l’IA sia un asset strategico”, ha detto Modi. “Ma l’India crede che l’IA sarà utile per il mondo solo se condivisa, e se i codici sono aperti”. Una posizione che suona quasi provocatoria in un momento in cui Washington e Pechino trattano l’intelligenza artificiale esattamente come un asset strategico, e si comportano di conseguenza.
I numeri che contano
Al di là della retorica, il summit ha prodotto numeri difficili da ignorare. Più di 200 miliardi di dollari in investimenti legati all’IA sono attesi in India nei prossimi due anni.
Reliance Industries, il conglomerato del miliardario Mukesh Ambani, ha annunciato da sola un piano da 110 miliardi. Il gruppo Adani ha dichiarato di voler investire 100 miliardi entro il 2035 per costruire data center pronti per l’IA.
OpenAI ha stretto una partnership con Tata Group per realizzare un data center che parte da 100 megawatt di capacità e punta a scalare fino a 1 gigawatt, una struttura che può costare tra 35 e 50 miliardi di dollari.
Sono cifre che raccontano qualcosa di preciso: il settore privato indiano crede nella scommessa di Modi, o quantomeno ci investe sopra. E le grandi aziende tecnologiche americane vedono nell’India un mercato e un’infrastruttura che non possono permettersi di ignorare.
La terza via e l’IA sovrana
La presenza di Emmanuel Macron, che ha parlato prima di Modi, non è casuale. Il presidente francese ha elogiato il modello digitale indiano come “davvero rivoluzionario”, citando i suoi impatti concreti: servizi in dialetto locale per 200 milioni di agricoltori, assistenza per i pellegrini, diagnostica nelle cliniche rurali. L’Europa guarda all’India con interesse strategico: come potenziale alleato nella diversificazione tecnologica, come contrappeso ai duopoli americano e cinese.
In questo quadro si inserisce anche la spinta indiana verso modelli di IA sovrana. La startup Sarvam AI, con sede a Bangalore, ha presentato al summit un modello linguistico progettato specificamente per le lingue e i contesti culturali dell’India. Più adatto, secondo i suoi sviluppatori, delle soluzioni generaliste come ChatGPT o Claude.
È una tendenza che l’India condivide con altri paesi, Europa inclusa, dove Francia e Germania stanno investendo in modelli nazionali. L’idea di fondo è la stessa: l’IA non può essere culturalmente neutrale, e affidarsi interamente a strumenti costruiti altrove significa cedere una parte di sovranità.
“L’India ha diversità, demografia e anche democrazia”, ha detto Modi. “Qualsiasi modello di IA che avrà successo in India potrà essere distribuito globalmente.” È una tesi ambiziosa. Ma con un miliardo e quattrocento milioni di persone, lingue decine e un sistema digitale pubblico tra i più avanzati al mondo, l’India ha almeno le credenziali per sostenerla.
AI Impact Summit: un summit con qualche ombra
Il summit non è stato però privo di turbolenze. Bill Gates, atteso come uno dei keynote speaker più importanti, si è ritirato poche ore prima del suo intervento, in circostanze che la sua fondazione ha descritto come una scelta per “garantire che l’attenzione rimanga sulle priorità chiave dell’evento”.
Nei giorni precedenti, la sua assenza era stata smentita. Poi il passo indietro, senza spiegazioni ufficiali sul legame con le recenti pubblicazioni di email del Dipartimento di Giustizia americano sul caso Epstein. Prima di lui, anche Jensen Huang di Nvidia aveva cancellato la sua partecipazione.
E poi c’è stata la foto. Modi ha orchestrato un momento simbolico con tredici leader politici e imprenditoriali, tutti in fila con le mani alzate e unite. Tutti tranne due: Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei di Anthropic, posizionati uno accanto all’altro, hanno rifiutato di stringersi la mano.
Un gesto durato pochi secondi, diventato però subito virale, che trova origine sia nei loro trascorsi lavorativi (Amodei era un dipendente di OpenAI, poi se n’è andato per problemi con la governance di Altman e ha fondato Anthropic), sia per il recente spot di Claude del Super Bowl che proprio non è andato già al creatore di ChatGPT.
In un summit costruito anche sull’immagine dell’unità globale attorno all’IA, quella foto ha raccontato qualcosa di diverso e, forse, più onesto.
Fonti: Reuters, Bloomberg, Bloomberg


