Musica artificiale, o forse no: gli utenti non distinguono l’IA

by | 1 Dic 2025 | IA

Immagine: mozillafoundation.org
Tempo di lettura: 2 minuti

Deezer ha diffuso i risultati del suo esperimento condotto con Ipsos, e il dato fa riflettere: il 97 per cento delle persone non è riuscito a distinguere tra musica generata interamente dall’intelligenza artificiale e brani creati da artisti umani.

La metodologia rende più chiara la debacle: ai partecipanti sono state fatte ascoltare tre tracce e solo chi riusciva a identificare correttamente tutte e tre veniva considerato in grado di distinguere l’IA dal lavoro umano. Bastava un solo errore per finire nel gruppo dei fallimenti.

Il risultato ha sorpreso il 71 per cento degli intervistati e messo a disagio più della metà, che ha dichiarato di non sentirsi tranquilla per via della possibilità di confondere le due forme di produzione.

Noi non sentiamo alcuna inquietudine ma è vero che avremmo fallito il test. Qualche tempo fa abbiamo infatti pubblicato un articolo dal titolo “Musica con l’IA: perché sì e perché no”, nel quale abbiamo intervistato Emanuele Borri, digital content creator dietro il progetto musicale sperimentale AIDA. Pochi giorni fa ci ha segnalato la sua ultima traccia e, in tutta onestà, se non ci avesse detto che è stata creata con l’IA, non ce ne saremmo accorti. Ne trovate un assaggio qui sotto…

L’ondata dei brani con Suno e Udio

Il contesto in cui s’inserisce il test spiega molto dell’attuale sensibilità. La quantità di musica generata da modelli come Suno e Udio è ormai imponente: Deezer ne riceve più di 50.000 brani al giorno, equivalente a oltre un terzo di tutte le nuove tracce caricate sulla piattaforma.

L’impatto reale sull’ascolto, però, è minimo. Lo streaming effettivo di musica interamente artificiale rappresenta appena lo 0,5 per cento del totale, ed è quasi tutto riconducibile a tentativi fraudolenti di sfruttare l’economia dei micropagamenti.

Per molti utenti, la questione non è tanto la qualità, che spesso viene percepita come “generica” o poco ispirata, quanto la crescente difficoltà nel capire cosa sia stato creato e da chi.

La risposta delle piattaforme

Se c’è un punto che mette d’accordo la maggioranza degli ascoltatori, è la richiesta di trasparenza. L’80 per cento vuole che la musica generata dall’IA venga etichettata in modo chiaro.

Deezer ha scelto la strada più diretta: ha sviluppato sistemi che identificano automaticamente i brani generati al 100 per cento da modelli artificiali e li escludono dalle raccomandazioni algoritmiche.

Spotify ha optato per un percorso diverso. Pur introducendo misure contro l’abuso dell’IA, come politiche anti-imitazione e nuovi filtri antispam, ha spiegato che “l’industria ha bisogno di un approccio sfumato alla trasparenza, non di essere costretta a classificare ogni canzone come ‘è IA’ o ‘non è IA’”.

La piattaforma sta lavorando a un sistema di crediti standardizzati basato sulla buona fede di etichette e artisti, soprattutto nei casi ibridi in cui l’IA interviene solo in fase di composizione o di mixaggio.

Creatività, rischi e prospettive per la musica

L’arrivo della musica artificiale solleva ovviamente questioni sul futuro del lavoro creativo. Il 70 per cento dei partecipanti al sondaggio teme che l’IA possa minacciare il sostentamento dei musicisti, mentre il 64 per cento paventa un calo della creatività.

Eppure, le voci più vicine al settore parlano di un quadro meno apocalittico. Per Deezer, il predominio dell’arte umana rimane solido: la musica artificiale può creare rumore ma non un vero cambio di paradigma nell’ascolto.

E per altri artisti come Holly Herndon, che utilizza modelli generativi nella propria ricerca musicale, il punto è un altro: la disponibilità di strumenti capaci di produrre “kitsch ben confezionato” non significa che quel materiale avrà un valore artistico.

Fonte: The Verge

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