Moltbot, nato come Clawdbot prima che Anthropic imponesse un cambio di denominazione per tutelare il marchio Claude, è un assistente IA open source che promette di “fare davvero le cose”.
Non rispondere a domande, non generare testi: agire. Gestire il calendario, inviare email, fare check-in per i voli, comunicare con i clienti. Il tutto attraverso le principali app di messaggistica: WhatsApp, Telegram, Signal, Discord, iMessage.
Il nome originale, Clawdbot, era un gioco di parole tra “claw” (chela) e Claude, il modello di Anthropic su cui il progetto si appoggiava. A costruirlo è stato Peter Steinberger, sviluppatore austriaco che ha trasformato un progetto personale in fenomeno virale.
Federico Viticci di MacStories, ad esempio, lo ha configurato per ricevere ogni giorno riepiloghi audio basati sul suo calendario, Notion e Todoist. Altri lo usano per tracciare dati su salute e fitness o automatizzare la comunicazione professionale.
Moltbot instrada le richieste attraverso il provider IA preferito dall’utente (OpenAI, Anthropic o Google) e agisce di conseguenza.
La febbre speculativa colpisce ancora
L’entusiasmo è stato tale da muovere i mercati. Le azioni di Cloudflare, la cui infrastruttura viene utilizzata dagli sviluppatori per far girare Moltbot in locale, sono salite del 14% in una sola seduta, trainate dal buzz sui social media.
È l’ennesima dimostrazione di quanto il settore dell’IA agentica, ossia dell’intelligenza artificiale capace di compiere azioni autonome, sia diventato un magnete per la speculazione finanziaria, spesso a prescindere dalla maturità tecnologica dei prodotti coinvolti.
Lo stesso Steinberger non si fa illusioni. Su X ha definito Moltbot “software potente con molti spigoli taglienti”, avvertendo gli utenti di “leggere attentamente la documentazione sulla sicurezza prima di farlo girare in qualsiasi posto vicino all’internet pubblico”. Un invito alla prudenza che suona quasi come una confessione: il progetto funziona ma non è ancora pronto per tutti.
Moltbot e il prezzo della comodità
Il problema è strutturale e riguarda l’intera categoria degli agenti IA. “Fare davvero le cose” significa, in termini tecnici, poter eseguire comandi arbitrari sul computer dell’utente. Moltbot può leggere e scrivere file, lanciare script, gestire credenziali. E qui emerge la vulnerabilità che avevamo già analizzato nel caso dei browser con intelligenza artificiale: la prompt injection.
“Se il tuo agente IA autonomo ha accesso admin al tuo computer e io posso interagire con esso mandandoti un DM sui social media, beh, ora posso tentare di dirottare il tuo computer con un semplice messaggio diretto”, ha spiegato a The Verge Rachel Tobac, CEO di SocialProof Security.
“Quando concediamo accesso admin agli agenti IA autonomi, possono essere dirottati attraverso prompt injection, una vulnerabilità ben documentata e non ancora risolta.” In pratica, un messaggio malevolo ricevuto su WhatsApp potrebbe indurre Moltbot a compiere azioni non autorizzate senza che l’utente se ne accorga.
Non si tratta di ipotesi teoriche. Jamieson O’Reilly, specialista di sicurezza e fondatore di Dvuln, ha scoperto che messaggi privati, credenziali e chiavi API collegati a Moltbot erano stati lasciati esposti sul web. La falla è stata corretta dopo la segnalazione ma il danno potenziale era enorme.
Truffe e sciacallaggio digitale
L’ecosistema intorno a Moltbot si è rivelato altrettanto insidioso. Dopo il cambio di nome imposto da Anthropic, Steinberger ha denunciato su X che truffatori hanno rubato il suo vecchio username su GitHub (la piattaforma dove gli sviluppatori pubblicano e condividono il codice dei propri progetti) per creare falsi progetti di criptovaluta a suo nome. Ha dovuto avvertire pubblicamente i follower: “Qualsiasi progetto che mi elenca come proprietario di coin è una truffa”. E ha precisato che l’account X legittimo è @moltbot, “non una delle 20 variazioni truffa” già in circolazione.
Il paradosso, per ora, è questo: l’unico modo per usare Moltbot in sicurezza è farlo girare su un computer separato con account usa e getta. Ma un assistente personale isolato dai propri dati reali non serve a molto. È lo stesso dilemma che affligge i browser IA e, più in generale, ogni sistema agentico: la promessa di utilità si scontra con rischi che l’architettura attuale non è in grado di contenere.
Moltbot resta comunque un esperimento interessante. Steinberger ha dimostrato alla comunità degli sviluppatori cosa gli agenti IA possono concretamente realizzare e come l’automazione intelligente potrebbe diventare genuinamente utile, non solo impressionante. Soprattutto, però, è difficile non leggere nel successo di Moltbot un segnale scomodo per l’industria dell’IA, che in questi mesi ha promosso i propri agenti come rivoluzionari strumenti di produttività.
Se basta che un progetto open source prometta di “fare davvero le cose” per diventare virale, significa che gli utenti hanno già capito quanto poco facciano quelli ufficiali. Il problema della sicurezza resta aperto, ma quello della credibilità forse lo è ancora di più.
Fonti: The Verge, TechCrunch


