Far pagare gli utenti che per vent’anni ha venduto agli inserzionisti. È l’ultima mossa di Meta per costruire ricavi fuori dalla pubblicità, e arriva da una posizione di debolezza. L’azienda ne ha un bisogno disperato ma le probabilità che funzioni sono scarse.
Mark Zuckerberg vuole far pagare ad alcuni dei suoi 3,5 miliardi di utenti giornalieri una tariffa mensile per funzioni extra su Facebook, Instagram e WhatsApp, e sta testando un abbonamento per un chatbot.
In parallelo prova a vendere alle aziende il suo agente IA, capace di rispondere ai clienti, prenotare appuntamenti, chiudere vendite. Due fronti nuovi per un’azienda che finora ne ha avuto uno solo.
La trappola del ‘binario unico’
Il 97,6% dei ricavi di Meta arriva dalla pubblicità. È la misura di quanto poco l’azienda sia cresciuta oltre il suo business originario in oltre vent’anni di vita.
Per dare un termine di paragone, Google, nata pochi anni prima e anch’essa costruita sulla pubblicità, dieci anni fa incassava già più ricavi non pubblicitari di quanti ne abbia fatti Meta l’anno scorso.
Ma la questione è più a monte. Microsoft, Google e Amazon la potenza dei loro modelli IA la rivendono: dentro il cloud, dentro il software, dentro l’e-commerce. Meta non ha nessuno di questi canali: quello che esce dai suoi laboratori non ha un posto dove diventare fattura. Restano allora gli utenti e quindi gli abbonamenti.
Il costo dell’IA
Fino a poco fa la diversificazione non era urgente. Prima del boom dell’IA, Meta finanziava i suoi esperimenti (i visori per la realtà virtuale, il metaverso, gli occhiali) con i profitti della pubblicità, e se un esperimento non rendeva c’erano sempre altri ricavi pubblicitari a coprire il buco.
Adesso il costo dell’IA cambia l’equazione. La spesa in conto capitale prevista per quest’anno pesa, in rapporto al valore di mercato e ai ricavi, è maggiore di quella di Alphabet, Microsoft o Amazon. Meta si indebita per finanziarla e potrebbe arrivare a un aumento di capitale.
Il mercato non si fida e il titolo viaggia intorno alle 18 volte gli utili attesi, sotto la mediana dell’indice Nasdaq-100 che si muove invece sopra le 30 volte.
Chi è percepito come vincente nella corsa all’IA viene premiato con multipli alti. A Meta quel premio non viene riconosciuto: la valutazione contenuta è il modo in cui gli investitori dicono che non credono alla sua posizione.
Meta e i conti che non tornano
Gli analisti restano invece ottimisti. Truist stima che gli abbonamenti possano portare circa 20 miliardi di dollari di ricavi ad alto margine all’anno entro il 2030; Deutsche Bank parla di 15,6 miliardi già il prossimo anno. Sono cfre audaci per un’azienda che l’anno scorso non ha superato i 5 miliardi di ricavi non pubblicitari.
E il bacino reale è piccolo. A circa 4 dollari al mese, l’abbonamento dà più controllo sul proprio feed, qualche strumento di personalizzazione e dati su chi guarda i video: cose che interessa soprattutto gli influencer a caccia di visibilità e gli utenti giovani e benestanti. Segmenti minori, da cui difficilmente possono arrivare cifre capaci di cambiare le carte in tavola.
Il chatbot a pagamento, testato a 7,99 dollari al mese in pochi mercati, arriva tardi in un campo affollato: a 5 dollari Google offre Gemini con limiti più alti, spazio di archiviazione e funzioni dentro Gmail, mentre OpenAI e Anthropic restano più avanti.
Sul fronte aziendale la sfida è ancora più ardua, con Google e Microsoft già radicati e un milione di imprese che usano l’agente di Meta ma non pagano. Le aziende, del resto, non sono mai state clienti di Meta fuori dalla pubblicità: i visori per la realtà virtuale pensati per loro sono stati chiusi quest’anno.
Il cortocircuito
Meta usa l’IA meglio di chiunque altro per una cosa sola: vendere pubblicità. È lì che i suoi modelli rendono di più, ed è da lì che arriva la crescita dei ricavi. Ma è esattamente quella dipendenza dalla pubblicità che gli abbonamenti dovrebbero curare. L’IA le fa guadagnare e le presenta il conto nello stesso momento, e i rimedi per pagarlo rischiano di arrivare troppo pochi, e troppo tardi.
Fonte: The Wall Street Journal


