Dal carbone ai data center: l’IA riaccende le centrali europee

by | 5 Ago 2025 | IA, Tecnologia

Tempo di lettura: 2 minuti

In Europa si sta aprendo un nuovo fronte energetico, spinto dalla fame di calcolo dell’intelligenza artificiale.

Non si tratta però di costruire impianti da zero: le protagoniste di questa trasformazione sono proprio le vecchie centrali a carbone e gas, che rischiavano l’abbandono e che oggi si preparano a rinascere sotto forma di data center.

A guidare questa rivoluzione, da un lato, ci sono i colossi tech come Microsoft e Amazon; dall’altro, utility europee quali Enel, Engie, RWE, EDF, che hanno intravisto un’opportunità storica per riconvertire asset in via di dismissione e aprire una nuova stagione industriale.

L’IA si compra le centrali

A Bruxelles e Londra si è già deciso: entro il 2038 dovranno chiudere 153 impianti a carbone e lignite ancora operativi nell’Unione Europea e nel Regno Unito. A questi si aggiungono i 190 già dismessi dal 2005.

Il dato fotografa un cambio epocale, accelerato dalle politiche climatiche. Ma la questione vera, oggi, è cosa fare di questi siti.

Le big tech, affamate di potenza di calcolo, li stanno puntando da mesi per installarvi data center di nuova generazione. Il motivo è semplice: le centrali offrono infrastrutture già pronte, collegamenti alla rete elettrica e impianti di raffreddamento ad acqua, due elementi critici per ogni operatore IA.

Come spiega Bobby Hollis, vicepresidente per l’energia di Microsoft, “hai già tutto: l’infrastruttura idrica, la possibilità di recuperare calore e soprattutto l’accesso diretto alla rete”.

Lindsay McQuade, responsabile energia di Amazon per l’area EMEA, aggiunge che “gli iter autorizzativi sono molto più rapidi nei siti già esistenti”. Una corsia preferenziale, quindi, per alimentare una corsa al potere computazionale in cui vince chi arriva prima.

Contratti milionari per l’energia pulita

Per le utility europee si apre così un nuovo modello di business ad alta redditività. Le centrali possono essere riconvertite direttamente in data center, oppure affittate a lungo termine, offrendo insieme l’energia necessaria.

Non si tratta solo di vendere terreni: si aprono relazioni industriali solide, con margini stabili e contratti energetici di lungo periodo. Secondo Gregory LeBourg, direttore ambientale del gruppo francese OVH, le aziende tech sono disposte a pagare fino a 20 euro in più per megawattora pur di garantirsi elettricità a basse emissioni.

Considerando che un singolo data center può richiedere centinaia di megawatt, se non addirittura un gigawatt, la somma totale di questi contratti può facilmente raggiungere centinaia di milioni, se non miliardi di euro.

E secondo fonti industriali, si sta già affermando un nuovo concetto: l’“energy park”, in cui il data center è collegato direttamente a un nuovo impianto rinnovabile, usando la rete solo in caso di emergenza. Un modello che abbina decarbonizzazione, resilienza e indipendenza energetica.

Francia, Italia, Germania: la mappa della riconversione

Il movimento è già partito. Engie ha individuato 40 siti in tutto il mondo, la maggior parte in Europa, da offrire agli sviluppatori di data center. Tra questi anche centrali a carbone e gas ormai inattive.

Enel e RWE stanno facendo lo stesso, cercando di massimizzare il valore degli asset esistenti. E non solo: EDF ha già selezionato sviluppatori per due siti in Francia, all’interno di centrali a gas situate nelle regioni centro-orientali.

Anche i governi stanno osservando con attenzione il fenomeno: accelerare la chiusura delle centrali fossili senza perdere competitività industriale potrebbe essere la chiave per far decollare davvero la transizione energetica.

Come sintetizza Sam Huntington di S&P Global Commodity Insights, “speed to power è l’espressione che sentiamo ripetere ovunque”. Chi controlla l’accesso immediato all’energia avrà un vantaggio strategico nell’economia dell’intelligenza artificiale.

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